domenica 21 dicembre 2008

haiku per una delusione

Non era uno Shunrei delicato
sotto il pino vicino al mare,
ma un banale fiore di campo.

lunedì 24 novembre 2008

Folle folle mondo

Si cerca una sguardo amico
nella routine di un giorno.
Da ogni alba nasce una
storia che non porta niente,
nessuna emozione, nessuna.
Aspettando il momento per
stare meglio, intanto
le lacrime riempiono il
mio bicchiere,non ha senso...

domenica 16 novembre 2008

Immagini all'orizzonte

Cogliere uno sguardo
ed essere sicuro che
non sia per te, ma
solo verso la tua
immagine, che ingombra
l'orizzonte distante
dei suoi occhi. La
scintilla che vedi,
quella che mille volte
hai visto nel tuo,
nello sguardo di chi
è gemello nel tuo
infausto destino di
infestare questo mondo.

venerdì 14 novembre 2008

fuggevoli momenti

Persone, comete nell'universo
di una vita. A volte passano
senza che si riesca fissarne
bene l'immagine, a volte
lasciano nella tua esistenza
la loro immagine, che nel
tempo sbiadirà. Alcune ti
colpiscono in pieno, e ti
lasciano pesto, in te stesso;
ed anche nel dolore non
svanirà mai la loro
bellezza sublime.

giovedì 7 agosto 2008

nel bene, nel male

Nel bene, nel male,
c'è un uscio di moralità
che ci chiude alla vita.

Dio è un rifiuto
di quelli che non
sanno cosa volere.

Il Diavolo è la
paura di poterlo
alla fine ottenere.

lunedì 28 luglio 2008

Ed era un giorno in una stanza piccola

Tutti pensano di sapere cos'è. Tutti credono di averlo provato. Tutti dicono le solite frasi fatte, prive di senso. Per molti non è che un sentimento; invece è la mancanza di tutti gli altri, è la mancanza di passioni che non siano rivolta a lei.
Ed era un giorno in una stanza piccola: voci, luci, parole erano una confusione di suoni e colori, non c'era niente in quella stanza che avesse valore per me. Non mi accorsi di lei finché non mi parlò. Tutto finì lì.

domenica 27 luglio 2008

Untitled

Ancora. Avevo promesso
di non cadere più.
Ma, si può resistere
quando chiama, quando
tutto è silenzio. Se
scompare ogni cosa,
se di tutto resta niente.
Aspetti. Una parola,
un sorriso, un cenno.
Le sfiori la mano per
sapere che è vero.

venerdì 25 luglio 2008

Salvatrice notturna

La lunga distesa del mare appariva come una tavola d'ebano. Rischiarata dal chiarore della luna piena, sono ore che la fisso, mi osserva dall'alto, fredda e neutrale, senza pietà ed impassibile.
“tu vegli da secoli sulla terra, ci illumini le notti, perché non parli?”
Erano giorni che passeggiavo sulla scogliera interrogando la luna sulla vita degli uomini che lei aveva visto nascere. Oramai il mio deambulare era divenuto un rituale. Vivevo il giorno in attesa della notte, per poter porre domande alla luna, la sola con cui gradivo passare le notti da quano lei mi aveva lasciato...o io avevo lasciato lei...non ricordavo più. C'era la lite, le urla, la luce lunare che filtrava dalle imposte, il fragore della porta sbattuta con forza e nient'altro.
Quella notte ero più ubriaco e più incazzato del solito, puntai il dito al cielo ed urlai:
“Perché? Non ti sembrava adatta a me? Tu che sei la protettrice dei passi dei ladri! Tu che illumini le lame degli assassini! Tu che ascolti i gemiti degli amanti! Perché quella notte che eri testimone della crudeltà dell'amore non hai fatto nulla? Forse il male che fanno i tuoi protetti ti ha contagiato? Sono certo che se mi gettassi in mare tu rimarresti lì a guardare! Se è questo che vuoi allora guarda!”
Corsi verso lo scoglio più alto, dove si sentiva meglio il lento e implacabile infrangersi delle onde e mi voltai ancora verso di lei, per una attimo fui sconvolto nel vedere nei suoi monti e nei suoi mari un viso afflitto che mi fissava, mentre una nuvola diventava una mano che copriva i suoi occhi, aveva deciso di non assistere a questo spettacolo, all'ennesimo delitto commesso nella sua luce. Mi bastò, mi allontanai e ripresi la strada di casa, non sentii il tonfo del corpo che impattava con l'acqua a pochi metri da me. Seppi il giorno dopo che la luna non era stata clemente con lei!

giovedì 17 luglio 2008

Gelosia divina

Alcune volte volte capitava che mentre pensavo di perdermi nei tuoi baci vedessi le tende, come mosse dal vento, scuotersi. Dietro immaginavo dio in persona che, geloso, ci spiasse. Ci spiava perché era così grande la sua creazione dell'amore che era invidioso di non poterlo provare provare lui stesso. E scappando via faceva tintinnare i vetri.
Tu sei un angelo che sa danzare come la più abile delle puttane.

giovedì 10 luglio 2008

punto fermo

L'ultimo segno di questi versi
non sarà un punto fermo,
nella vita c'è ne uno:
ti fa una promessa
il giorno della nascita
e nessuno mai
l'ha ancora infranta...

martedì 8 luglio 2008

doppelgengar parte 2

Un altro giorno tetro, passato tra quattro squallide muro, passato tra facce ignote e spiegazioni inutili, lei non è più venuta a scuola, ha fatto un'altra settimana dopo il nostro incontro poi ha avuto una crisi di nervi ora nessuno ha più sue notizie.
L'unico raggio di sole di questa giornata è stata la professoressa, una donna sulla quarantina, molto piacente, specialmente oggi in mini bianca, camicia scollata e tanga che si intravedeva sotto la gonna. Lei poteva rendere felice qualsiasi uomo, qualsiasi...
Potrebbe rendere felici noi se solo potessi...
il suono della campanella ricaccio la voce nel suo angolo di anima, prima di uscire mi attardo a lanciare uno sguardo al banco dove c'era lei, non posso fare a meno di starci male, in fondo è colpa mia, lui è me, io sono lui...NO io non sono lui, è un mostro vive dentro di me mi spaventa; si è fatto tardi, esco dalla classe e mi incammino verso l'uscita antincendio così evito la calca che si forma all'uscita. La scala taglia per la pista di atletica passando vicino ad un aula abbandonata data la posizione scomoda da raggiungere; giunto nei pressi della vecchia stanza sento delle voci all'interno, sono incuriosito raggiungo la finestrella e mi affaccio, c'è la professoressa con la gonna tirata su e il tanga abbandonato sulla cattedra che cavalca un professore, entrambi sposati con figli hanno trovato l'amore tra i banchi? Arriva. Si fa strada a forza dentro di me.
Tiro fuori il telefonino ed inizio a riprendere la scena, sfruttando la posizione nascosta ne approfitto per filmare bene le facce e le espressioni. Poi piegando la testa verso il basso vedo la borsa della donna appoggiata su un banco vicino alla finestra, allungo le mani ed inizio a frugare all'interno mentre lui è assorto a guardare lei che lo ciuccia. Trovo quello che stavo cercando: le chiavi dell'armadietto personale della professoressa, ci sono addirittura due copie non potevo essere più fortunato, ne sfilo uno dal portachiavi e vado via. A casa mi metto a lavorare al computer, passo il video su CD e butto giù due righe dove le dico di vedere il video e di farsi trovare nell'aula dopo le lezioni. Il giorno dopo arrivo a scuola con largo anticipo ed appena aprono corro nel corridoio ed infilo pacchetto nell'armadietto. Ora lascio lo spazio all'altro mi serviranno energie per dopo.
La professoressa è evidentemente sconvolta, sembra a disagio con tutto, perfino i vestiti che ha a dosso sembravano fuori luogo, quella maglia scollata e la longuette con lo spacco molto accentuato. Non riesce a fare lezione e ci lascia prima della fine delle sue ore. La campanella sancisce la fine della giornata; oggi non vincerà ho già previsto tutto: mi butterò nella calca così arriverò all'uscita a spintoni ed una volta fuori inforcherò la moto e andrò il più lontano possibile. Mi getto tra i miei compagni che spingono e mi ritrovo vicino alla biblioteca, proprio in quell'istante il professore mi tira dentro per parlarmi del suo ultimo racconto, non volevo ascoltarlo rischiavo di perdere quella partita; pensavo di avercela fatta a uscire indenne dalla grinfie del bibliotecario e di averla fatta franca quando arriva, lo sento forte come un pugno e non riesco a contrastarlo, vince ancora una volta.
Nell'aula già mi aspetta, ma non c'è prezzo per l'espressione che fa quando mi riconosce, non si aspetta me e per un momento appare sollevata, forse pensa di potermi controllare. Appena sto a tiro del suo braccio mi molla una ceffone con tutte le sue forze, incasso il colpo senza fare un piega e continuo a muovermi verso di lei, ora ha paura, ha capito. Prova a prendermi con le parole attacca su una tiritera sul rispetto dell'autorità e delle persone più anziane. Di scatto infilo la mano nello spacco della gonna, stringe le gambe d'istinto, ma questo gesto le fa perdere l'equilibrio e la fa cadere a terra a gambe all'aria, mostrando un bel tanga bianco con un gioiello incastonato sul davanti e le autoreggenti a loro volta bianche. Tiro fuori il membro, fino ad un attimo prima lei pensava che lui volesse soldi o magari bei voti ora ha realizzato che vuole lei, mi avvicino e le piazzo il cazzo in bocca, succhia e dimostra tutta l'esperienza di una donna matura, lo sfilo un attimo prima di venire e lo faccio sulla sua faccia. Mi inginocchio davanti a lei e le pazzo la testa tra le cose scosto un po' l'intimo ed inizio a morderle il clitoride, poi la penetro di getto violentemente la sollevo da terra e la sbatto contro il muro con forza crescente, le vengo dentro; le dico che la mattina dopo l'avrei aspettata nel bagno dei docenti alle otto.
Dio sapeva che questa volta sarebbe finita male per lui ne era certo, aveva passato il segno, ero provato fisicamente e andai a casa, dormii in una tirata fino al giorno dopo, quando mi alzai capì che lui già era in possesso da un po' del suo corpo.
Lei arriva puntuale e appena varca la porta la afferro e la bacio freneticamente mentre le sbottono il jeans, mi chiede del CD, mi limito a riderle in faccia. Tiro fuori il vibratore dalla cartella e lo metto dentro dopo le richiudo il jeans. Le dico che il giocattolo ha sei ore di autonomia e che l'avrei aspettata nel parcheggio alla fine della lezione. Uscendo dal bagno la vedo, è lei. La prima vittima mi fissa dal corridoio. Faccio per avvicinarmi a lei ma il flusso di persone che va in aula mi blocca e la perdo di vista, poco importa non può darmi fastidio e se la rincrocio le faccio fare il secondo giro. Lascio a lui la noia di seguire la lezione, oramai è debole e posso prendere il controllo quando voglio.
Una giornata vissuta come un sogno, riesco a capire ogni volta che la professoressa ha un orgasmo e lei mi guarda con odio, vorrebbe uccidermi lo vedo; poi finiscono le sue ore ed io resto a tormentarmi, arriva il suono che dice che la giornata è finita. Lui ritorna preciso per finire la sua opera perversa.
Aspetto affacciato al balcone del primo piano che il parcheggio si svuoti e resti solo l'auto di lei, poi scendo e mi dirigo verso l'auto, vedo chiaramente la testa di qualcuno al posto di guida e sento lo sguardo che mi fissa attraverso lo specchietto. Si apre la portiera e scende lei, mi tira con disprezzo in faccia il vibratore, lo afferro e lo annuso, il disagio si dipinge sulla sua faccia, poi sento qualcuno che mi afferra alle spalle; per lunghi istanti mi prende il panico penso a quale supporto ha potuto chiedere per incastrarmi, poi mi parla, è lei: la prima vittima. La professoressa afferra lesta qualcosa dalla borsetta, cazzo mi punta una pistola in faccia. Sento che mi molla la presa, si porta vicino alla donna stingono insieme l'arma. Il primo colpo mi prende nello stomaco sento il cado del piombo e le forze che mi vengono meno, mi avvicino alle due killer, e in ultimo slancio provo a disarmarle, mi schivano con facilità, sento il cane del revolver che si muove, il secondo colpo mi centra fra gli occhi, riesco a lanciare il vibratore e sogghignare un attimo prima che tutte le luci si spegnessero...

doppelgengar parte 1

Non sento più quella voce, è molto che non la sento più, questo mi piace, quello che diceva che voleva fare non ero io, la voce veniva da dentro me, ma non ero io, ne sono certo, alcune cose non le posso nemmeno pensare. La spiegazione del professore mi riporta in classe. Mi guardo intorno, ci sono venti facce di venti persone estranee, condivido con loro sei ore al giorno della mia vita senza avere coinvolgimenti nei loro confronti, sono volti e presenze con cui non mi mischio, la mia asocialità non è vista male, pensano che sia un eccentrico, ma non li evito con cattiveria, semplicemente siamo universi a parte.
Non credevo di poter mai arrivare ad una simile conclusione ma quando la voce tace mi sento solo, mi sussurra cose improponibili, ma è furba ed intelligente, un avversario mentale alla mia altezza. Un eco. Un tuono nella mia testa. Sta arrivando. Eccola.
Fisso le facce che mi circondano, sono tutti concentrati sulle parole del professore. È seduta nel banco da sola e fissa il libro, la guardo bene: non è bella, i capelli tagliati a caschetto castani, il fisico alto, pieno quasi abbondante. È lei.
Chiedo il permesso di poter andare vicino a qualcuno con libro perché mi manca, lei avendo il posto libero acanto mi ospita al suo banco; siamo seduti e i nostri volti sono a pochi centimetri l'uno dall'altro, le sussurro una battuta per metterla a suo agio; è perfino più facile di quanto mi aspettavo. Sento la mia metà razionale scalciare: ha capito quali sono i miei piani, ma ora è il mio turno. La battuta diventa una piccola chiacchierata, è così contenta, pensa di potersi vantare del fatto che è riuscita a socializzare con me, immagina le amiche invidiose dell'amicizia con la persona più fredda della classe. Stupida. Ci diamo appuntamento in palestra alla fine delle lezioni. Il meccanismo è partito posso anche lasciare il posto a lui, di sicuro non interromperà il mio piano.
Perché sto in palestra? Sarei dovuto andare a casa. Qualcosa mi ha fermato, lui mi ha portato qui. Guardo il ripostiglio con tutti gli attrezzi stipati alla rinfusa, mi assale un senso di nausea, devo scappare, ma lui è qui, lo sento che ride, lo posso vincere, prendo la strada per la porta, varco la soglia, respiro l'aria aperta: ho vinto.
È tempo che io torni. Lui poteva quasi mandare tutto all'aria. Aspetto il suono della campanella, nella scuola c'è un trambusto pazzesco gli alunni si affannano ad uscire veloci dalla scuola, poi tutto si quieta, sento il rumore dei tacchi sulla scala, nel corridoio, si avvicina. Socchiudo la porta del ripostiglio e l'aspetto lì di fronte accendendo una sigaretta ed aspettando calmo; spunta dall'angolo e viene verso di me, le cedo la mezza sigaretta, la fuma disinvolta soffiando il fumo verso l'alto; è quasi al filtro quando prima che riesca ad espirare il fumo la tiro a me e la bacio aspirando dai suoi polmoni il fumo e l'aria, finché non la sento rilassata tra le mie braccia. Il bacio e lungo ed appassionato e lentamente la spingo ad appoggiarsi alla porta socchiusa, che appena sente il nostro peso si apre e ci fa precipitare al suolo. Casualità. Pensa lei quando si rialza ed ancora stordita dal bacio e dalla caduta che non si accorge dei legacci che avevo in mano; capisce a stento cosa succede quando i sui polsi erano legati ai piedi di un cavallo per atletica. Urla qualcosa ma non me ne curo, nessuno può sentirci. La stendo con la schiena sul legno e le tengo le gambe bene aperte, sfilo via i jeans e la lascio con il perizoma verde scuro. Si è calmata ha capito la situazione, non può scappare, gridare non serve a nulla. Inizio a passare il dito sulla stoffa del suo intimo seguendo la linea disegnata dal suo sesso, dalla base alla fine spingendo piano verso l'interno, presto sento l'umido sotto il polpastrello; tolgo le mutandine e affondo la lingua dentro di lei, scivolo lungo le labbra fino al grilletto dove gioco un po' finché non sospira rumorosamente, allora mi fermo; mi porto all'altezza della sua faccia e la tiro per i capelli dolcemente finché non è quasi a testa in giù, glielo metto in bocca spingo fino infondo, sento che quasi si strozza, ma persisto e le vengo in bocca vedo lo sperma schiumoso agli angoli della bocca e la sento deglutire. Sciolgo i legacci e la trascino verso la spalliera svedese, la lego ad una delle sbarre, la piego fino a formare un angolo retto, raccolgo il suo perizoma e inizio a colpirla a mo di frusta sulle natiche, geme e gode; afferro allora la corda per i salti e la passo tra le sue gambe poi tiro verso l'alto facendola entrare sempre più a fondo, la corda si bagna dei suoi umori ed inizio a strofinarla avanti ed indietro, il suo respiro è molto affannato, il viso rosso ha le lacrime agli occhi, mollo la corda e la penetro. Mi muovo appena dentro di lei e raggiunge l'orgasmo, continuo a entrare ed uscire da lei sbattendola nelle sbarre, la seconda volta veniamo assieme. La guardo, lei si stacca dalla spalliera e si lascia cadere a terra. Guardo i nodi, erano sciolti, è rimasta lì di sua volontà, mi sistemo e vado via lasciandola in singhiozzi nel ripostiglio.
La sera mentre poso il jeans vedo una cosa verde scuro nella tasca, è il suo perizoma ancora pervaso dal suo odore. Un'altra tacca nella mia coscienza.

giovedì 3 luglio 2008

Beta

Quella sera era stata invitata ad una festa, non era certo la prima volta, ma era sicuramente speciale, poi l’aveva invitata Lui da parecchio gli correva dietro e un paio di volte si era comportata veramente da troia, ma sembrava non aver avuto effetto. S’inizio a preparare, voleva essere irresistibile, scelse una mini di jeans, le scarpe col tacco senza calze, un top bianco, non mise il reggiseno avrebbe lasciato intravedere il seno prosperoso, poi scelse un bel tanga nero lo mise, si guardò allo specchio, sarebbe piaciuta di certo. Lei aveva un fisico discretamente bello e potava i capelli mossi, lunghi, dello stesso colore degli occhi, castani, le sue labbra erano carnose il viso in sé era molto espressivo, ma il grande lo faceva il corpo, che lei mostrava senza tanti indugi, aveva il seno grande e spesso messo in risalto, come quella volta, con opportuni tocchi di classe, per il resto era normale. Ora si trovava in cucina e aspettava, la sarebbe venuta a prendere in macchina, il tempo passava lei era presa dall’eccitazione, arrivò e le suonò col clacson, lo fece aspettare poi con una calma disinteressata andò da lui, solo arrivata vicino l’auto si accorsero che erano tre. Salì e si presentò, era delusa sperava di parlare con lui seriamente, ma non poteva farlo con i suoi amici presenti, poi si ricordò di non avere idea di chi fosse la festa e lo chiese, quando sentì la risposta si fermò il cuore:
< è per te la festa. > Disse con una voce cupa, mentre gli amici lo appoggiarono con una risata.
Non le piaceva, ma non poteva tirarsi indietro. La macchina fermò vicino al cancello di una villetta, che probabilmente era usata solo d’estate per le villeggiature, uno dei tre scese e dopo pochi stavano parcheggiando nel vialetto, gli amici andarono avanti, mentre lei seguiva Lui che le disse:
< Questa sera sarai la nostra ospite speciale, vedrai ti piacerà! > Entrarono nella villa ancora buia e Lui la condusse verso uno stanzino dal quale veniva una luce fioca, dentro c’erano gli amici che preparavano degli spinelli:
< Siediti sul tavolo! > le dissero come se fosse un ordine, lo fece, nello stesso istante sentì delle mani sulle cosce provò a dire no, ma erano stati più veloci de lei e mentre uno la manteneva ferma un altro le stava legando le caviglie ai piedi del tavolo; si ritrovò seduta a gambe aperte davanti ai tre, involontariamente pensò a quanto doveva essere eccitante per quei tre, davanti ai loro occhi c’era la sua figa, anche se in parte coperta dal perizoma, e si sentì eccitata, ma temeva per come sarebbe finita, provò a parlare, ma Lui la fece finire prima di iniziare dicendo:
< Se provi a parlare, t’imbavagliamo, capito? > Gli fece eco un amico:
< E ci fai perdere tempo tanto qualcosa in bocca ti andrà lo stesso > Ci fu un coro di risate.
Intanto la canna passava da una bocca all’altra, lei non sapeva che fare tentò di sciogliere i legacci, ma la videro, uno di loro si alzò, era un bel ragazzo curato con la faccia amichevole, si avvicinò e disse:
< Preferisci non stare legata? > gli fece cenno col capo, lui la sciolse, poi le girò intorno, lei intanto era scesa dal tavolo e si palpava le caviglie i nodi le avevano fatto male, avvertì troppo tardi le mani del ragazzo che la bendava si ritrovò nell’oscurità, sentì una voce che diceva:
< Ora facciamo un gioco, ti portiamo sul divano poi lo succhierai a turno ad ognuno di noi ti piace? > Stava per replicare, quando la colpirono violentemente al volto
< Tu devi stare zitta sei solo la nostra puttana > Le avevano legato le mani e gli occhi le lacrimavano si sentì spingere e qualcuno la fece sedere sul divano, il primo che si avvicinò le colpì la faccia con il cazzo poi lo mise in bocca, le tirò i capelli e urlò:
< Succhia troia! > Lei ubbidì succhiò fino a farlo venire si riempì la bocca di sperma, che cercò di sputare, ma quel sapore amaro si attaccò nella sua bocca. Il secondo fu più gentile lo sentì entrare in bocca con delicatezza non le urlò parole di disprezzo, ma il lavoro della ragazza fu lo stesso, gli fu quasi grata per la gentilezza con cui abusava di lei il controsenso di quel pensiero la fece quasi ridere, lui le venne sulla faccia portando via il trucco che si era messa. L’ultimo fu Lui, pensava che sarebbe stata gentile con lei, si sbagliava, le tenne la bocca aperta con una forte stretta alla mascella poi le infilò il cazzo in gola fino a farla soffocare, le venne da tossire, si sentì strozzare, lui le venne in bocca e fu costretta ad ingoiare tutto. La portarono in un’altra stanza la spinsero su un letto e la liberarono entrarono uno per volta. Il primo fu quello che l’aveva slegata, le tenne le gambe aperte con la forza e la penetrò, le fece male, non aveva nessuno stimolo, lui continuò ad infilarlo dentro, pian piano sentì la passione scorrere in lei, ogni colpo le dava piacere, iniziò a respirare in modo affannato, ma lui venne presto e se la prese con lei la colpì al volto:
< Troia non sei buona neanche per fottere! >
Il secondo fu il ragazzo gentile che l’era venuto in faccia, iniziò con dei preliminari, la leccò poi le sfilò piano il perizoma e giocherello con la lingua sul clitoride, le piaceva gli disse di continuare, per un attimo pensò di essere pazza stava incitando un uomo a stuprarla, lui le sollevò la maglietta le sollevò la maglietta e pizzicò i capezzoli, poi tolse la lingua e lo mise dentro, mentre palpava il tette e li mordeva dolcemente. Quell’uomo la faceva impazzire, venne anche lei. Lui fu l’ultimo non la guardò neppure negli occhi, entrò gia con il cazzo in mano e lo infilò dentro, durò poco, lo tirò fuori poco prima di venire e le sborrò sulla figa. S’iniziò a risistemare cercò le mutande in giro per la stanza, ma fu interrotta dal rumore della porta, arrivarono tutti e tre, la stesero sul letto sentì le loro mani toccarla sentì dita che s’infilavano dappertutto “ cosa sto facendo, questa non sono io, devo andare via” pensò e tentò una reazione, la bloccarono, fu di nuovo colpita al volto, quasi svenne, poi le misero un cazzo in bocca, stava per vomitare quando, come se si vedesse da un occhio esterno si vide, stava a pecora su un letto, aveva un cazzo in bocca e altri due uomini la toccavano, non sarebbe potuta scappare, quindi avrebbe dato uno schiaffo morale a quei tre. Aveva n’aveva ancora uno infilato in bocca che n’afferrò un altro con la mano e gli fece una sega, decise di non alzare gli occhi, non voleva vedere i loro volti, sentì che il terzo lo stava infilando nella figa, si sentiva eccitata, si portò anche il secondo cazzo alla bocca e iniziò a succhiarli a turno, quando vennero leccò il loro sperma. Uno di loro si spostò e portatosi alle sue spalle le infilò la cappella nel suo culo, lei si spinse all’indietro facendoselo sbattere dentro, il piacere che sentiva era immenso, il suo corpo andava a fuoco ebbe un orgasmo. Sentì che si davano il cambio li aveva ancora tutti dentro, ma oramai era stremata aveva la vista annebbiata sia dallo sperma sia dalla stanchezza forse perse i sensi, ma non dopo aver avuto un altro orgasmo. Si svegliò nel suo letto, era tutta bagnata, era stato tutto un sogno?

Alfa

Buio ovunque si girasse, il mondo non aveva confini palpabili, tutto era buio. Poi si distinse un ombra che nell’oscurità era come un buco nero. Sembrava un uomo, ma non era sicura, poteva essere qualsiasi cosa. Era terrorizzata. La vide avvicinarsi, non riusciva a distinguere i movimenti che quella compiva, sentì l’alito di quella cosa sul volto. Paralizzata, nemmeno un muscolo rispondeva ai sui comandi. Ci fu un lampo di luce, fissò quello che aveva di fronte, era sconvolta, un ragazzo ( se così si può definire ) era in piedi di fronte a lei. Lui la fissava con un’ espressione indecifrabile lo fissò negli occhi, la profondità di quello sguardo stonava con il viso da bambino, i capelli di un biondo platino gli ricadevano sulle spalle nude, tutto il suo corpo era nudo, fissò il membro dell’uomo; una vampata di calore le percorse tutto il corpo, arrossì per il modo in cui si era eccittata, sentiva tra le gambe l’umido che quella vista le aveva provocato. Cercò qualcosa su cui concentrare lo sguardo, le sembrò di stare sulle nuvole, si accorse in secondo momento che erano specchi che riflettevano un cielo che non c’era come sfondo alle figure dei loro corpi. Era nuda, provò a coprire il suo sesso e la reazione che aveva avuto alla vista di quell’ uomo, ma in quell’istante lui le prese il braccio la tirò a se e prima che potesse reagire la baciò. Fu il bacio più profondo che avesse mai ricevuto, in men che non si dica la sua lingua si trovò intricata in un complicato gioco perverso con quella dello sconosciuto. Avrebbe voluto rimanere così il più a lungo possibile, si staccarono, come se fosse spinta da una forza superiore si piegò sulle ginocchia e pian pian iniziò a toccargli il pene, lo sfiorava piano con le dita come se stesse accarezzando un bambino in fasce, poi se lo mise sulla lingua appoggiato di piatto e tirando indietro la lingua lo prese in bocca. Lo succhiava e leccava, alzò lo sguardò verso gli occhi del ragazzo e per sbaglio fissò il riflesso sul soffitto-specchio, quello che vide la fece rimanere interdetta, il suo viso, la sua espressione erano imploranti chiedeva, mentre stringeva delicatamente il cazzo tra le labbra, piacere, i suoi occhi lasciavano trasparire un voglia a lungo soppressa dalla rigidezza della famiglia in cui viveva, lui la sollevò da terra e la fece appoggiare con le mani vicino alla parete-specchio, poi iniziò a dare piccoli colpi sulla sua figa, senza mai penetrarla veramente, con le mani le palpò il seno, poi la penetrò, vide il suo volto riflesso assumere un’espressione di piacere, non si riconosceva in quella che vedeva, non poteva essere lei! Aveva nella mente la voce del padre:
“ Sei solo una piccola puttana”
Questo le disse quando gli confessò di essere innamorata di un ragazzo, come se lei non potesse farlo, non era forse un essere umano con un cuore e dei sentimenti? Lui continuava a penetrarla lo sentiva caldo dentro di lei ogni volta che entrava era un passo avavti verso il paradiso dei sensi e l’inferno del peccato. Godeva, la vista si appanava il suo viso la spanteva, esprimeva una famelicità, quasi appagata, pensò:
“ Guardami papà ora sono una troia, ora sono una puttana”
Era alla fine della scalata verso il piacere. Con un urlo epresse tuto il suo piacere, un urlo che racchiudeva tutte le voglie di quella diciasettenne costretta ad una castità che non voleva.
Il suo orgasmo fu una lunga discesa. Ci fu di nuovo il buio sentì la sensazione di una caduta, si alzò di scatto dal letto. Era rossa in viso, ansimava, si sentiva eccitata e insodiffatta, voleva un uomo vero, non le bastava l’Apollo del suo sogno. Si toccò, spostandosi piano si mise con le ginocchia piegate sul letto e il busto appoggiato al materasso abassò di un palmo il pigiama, il pigiamino con gli gli orsetti che la mamma aveva regalato alla sua bambina, insieme alle mutandine, quelle rosa con il pizzo da bimba di quarta elementare che le avevano fatto quadagnare il nome di Virgin Mary,
e infilò delicamente il dito nella figetta rasata, alla luce dell’alba ebbe il secondo orgasmo pensando ad uomo che non avrebbe potuto avere finchè il padre fosse stato in vita. Erano quelle le parole magiche finchè non fosse stato in vita. Si alzò dal letto e andò in cucina, prese il grosso coltello che stava li nel primo cassetto e con il sorgere del sole e gli occhiali appannati dagli affanni del sonno tinse i sui capelli color del grano con il rosso del sangue.
“ Non sono una troia, sono solo una ragazza!”
Pensava…

mercoledì 2 luglio 2008

Un pomeriggio d'estate

è un'altra giornata calda/afosa d'estate, quelle giornate di caldo troppo caldo per
essere sopportato, che c'è un sole che mi toglie la voglia di fare di uscire perfino di
fottere se ne avessi l'occasione, roba che se mi trovassi una donna nuda stesa nel letto
che grida scopami mentre si tocca la fregna andrei in un'altra stanza a bermi una birra
ghiacciata; già è uno di quei giorni che l'unica compagnia che desidero è la birra e
magari quando il sole cala alla birra ci miscelo un po' gin, stappo la bottiglia e in
lunga sorsata ne vuoto mezza, afferro la bottiglia di gin e riempo il vuoto della mia
bevuta.
Il telefono mi sta straziando col suo suonare, cosa fa pensare alle persone che
risponderò al 43esimo tentativo, ritengono fortunato il 43? fa troppo caldo per
attaccare un lobo al ricevitore butto giù quello che resta della miscela, nella bottiglia
c'è uguaglianza qualcosa mi fa pensare di averla riempita a due metà esatte, mi sento
come un cupido che ha unito due anime gemelle, mi sento di avere unito l'elegante
lord gin, impeccabile inglese con la voluttuosa bionda danese finché morte non li
separi o meglio finché io non li tracanni.
Bussano alla porta. Non apro, fa caldo per ascoltare le ciarle della gente, anche se
fosse solo il saluto metallico del postino che mi chiede una firma (i postini lavorano
di sera?) non aprirei lo stesso; ascolto il tocco ritmico sulla porta e celebro il secondo
matrimonio, chissà se un inglese ha mai sposato una danese e chissà se alla fine della
cerimonia siano stati bevuti da un gigante assetato una sera di giugno.
Qualcuno badava a bussare alla porta, e ci badava di brutto martellava come se ne
dipendesse della sua vita. Ed io giustamente lo ignorai, manco sentisse le mie
intenzioni questa chicchessia meritevole testa di cazzo insiste e ci da dentro coi
fiocchi a battere, c'avesse dato giù a sbattere con qualche figa così forte ora era padre
di un esercito, una legione straniera frignante sporca di merda e latte di mamma.
Qualcuno gira la chiave nella toppa, se è di nuovo la pula sono fottuto, hanno i loro
pregiudizi su chi hanno beccato un paio di volte con la voglia di vivere addosso e la
lingua sciolta da una birra di troppo o più di una. Che cazzo penso gli sbirri la
tiravano giù a forza di calci la porta allora chi è sto rotto inculo?
Si affaccia nella stanza quella faccia da morto di Nat, il viso scavato e gli occhi rossi,
non dall'alcool come dovrebbe essere ma dal poco sonno, un uomo che oramai
convive coi suoi inferni, che sono troppo rumorosi e gli levano il sonno. Una
femmina che sola è più troia di tutta la storia millenaria del meretricio. Una famiglia
che lo tiene legato e lo incula un giorno si ed un altro pure, e lui col culo in sangue
dice grazie aspetto con ansia domani. Ora mi squadrava con lo sguardo da ebete dalla
porta fissando prima me e poi con disappunto il cimitero di bottiglie che custodivo ed
ampliavo con cura.
< Cazzo Nat entri o stai li a fissarmi tutto il giorno mi ti sei diventato frocio? >
Per tutta risposta entrò e prese posto spostando con delicatezza un paio di bottiglie di
birra da divanetto. Ne stappai due e ne porsi una a lui.
< Non bevo Vinc >
Ne scolai una tutta di un sorso come per dispetto ed iniziai l'altra con lo sguardo
severo, come un padre che mangia il piatto del figlio per fargli capire che buttare il
cibo è uno spreco.
< Nat se hai intenzione di star lì a fissarmi te ne puoi andare affanculo >
< Non ce la faccio più >
< Lo dici sette volte a settimana. Colpa di quale troia? >
< Sempre la stessa, uomo non me la riesco a togliere dalla testa >
< Lei non è tua e non lo è stata mai come fai a starci da schifo, io vorrei avere soldi
per vivere bevendo e scrivendo tutta quella merda che mi gira per testa, ma mica ci
sto male per ogni scrittore che sfonda, mi limito a pensare di voler sfondare sua
moglie e/o sorella >
Nat mi fissa per un momento disgustato.
< Vinc il mio è amore! >
lo esclama come se avesse detto un ovvietà come se stesse dicendo che se mi butto il
acqua con 100 chili sullo stomaco affondo come se avesse la presunzione di poter
spiegare amore in questa frase, mi viene voglia di sfondargli il cranio con una
bottigliata e cagarci dentro almeno potrebbe dire di aver fatto una pensata di merda.
< Uomo ti sei beccato l'unico cancro senza chemio, l'unico che quando ti accorgi di
averlo non ti dicono quanto ti resta, ma quanto ne hai già buttato> gli dissi.
< Cazzo per te ogni donna è un cancro, o qualcosa di male o un universo a parte o
qualche menata del cazzo, ne ho piene le palle di queste stronzate da poeta
interrotto.>
Avevo sinceramente voglia di prendere a calci in bocca quella checca frignante, ma,
vuoi il caldo vuoi l'alcool vuoi che tutto sommato la sua faccia di frocio mi era
simpatica, decisi di condividere con lui uno dei più grandi segreti dell'universo.
< Nat se poi vai fuori dalle palle ti dico perché tutte le storie di donne e amore
finiscono uguale.>
Ci pensa poi capisce che è un'offerta che non poteva rifiutare.
< Facci caso, io l'ho fatto, in tutti i tempi, ci sono sempre le stesse storie che ruotano
alle donne, ci sono domande a cui le donne rispondo allo stesso modo, ci cose che le
fanno incazzare come bestie, a tutte senza distinzione, come mai in certe situazioni si
comportano allo stesso modo? Hai mai provato a darti una spiegazione? Io l'ho fatto e
l'ho trovata! Ora mi devi credere, poi potrai tastare con le tue mani, ma se sei
miscredente vai via mo mo prima che ti spacco la faccia a pugni.>
Nat fu presto a rispondere:
< Continua ti prego.>
< Uomini e donne da bambini hanno il cordone ombelicale, per gli uomini e facile il
dottore lo zompa con un colpo di forbice e lo inizi a prendere nel culo; per le donne
non va così quando esci con la vagina il dottore ti taglia il cordone ombelicale e
dimentica quel filo sottile che parte dal grilletto di ogni donna ed arriva ad una figa
che sta al di sopra di tutto e che ne tempo farà di lei una donna come tutte le altre! Ti
dico che sono tutte burattini tra le labbra di questa sorca volante, la scienza lo ha
dimostrato involontariamente quando mise nella stessa stanza trenta donne e vide che
il ciclo si sincronizzava, ma non vide la soluzione esatta l'attribuì agli ormoni,
stronzate! sono gli ordini dei loro fili. Ti posso fare anche la dimostrazione opposta,
avrai visto che in rarissimi casi ci sono donne che pensano fuori dagli schemi, che
pensano da uomini, loro hanno perso il filo e guarda come sono escluse dalla
comunità, non le riconoscono, non fanno parte del branco. Poi ci sono i casi limiti
tipo quella zoccola che tu chiami donna e che dici di amare, loro hanno il filo così
duro doppio e stretto che se escono di un po' fuori dal seminato hanno dolore fisico,
quindi devono essere stronze pompose fino alla morte.>
Ora mi fissava come si guarda uno stronzo sotto una scarpa, non lo tolleravo più! Gli
spaccai la bottiglia in testa e lo portai a calci in culo fuori da casa mia e tornai a
immaginare matrimoni tra inglesi e danesi.

domenica 17 febbraio 2008

La sagrestia

Lei è una ragazza piacente, i capelli corvini, gli occhi castani, di statura non troppo alta, ha il seno piccolo una prima, il viso di una perenne bambina, ma se si fissa il profondo dei suoi occhi si leggono le voglie di una donna, credente praticante e la domenica si poteva fra le fila del coro vedere la sua espressione fanciullesca e sentire la voce suadente. Spesso durante i lunghi sermoni guardava il suo pubblico e pensava che tra quei ragazzi ci fosse chi, forse in quello stesso momento, voleva possederla; questi pensieri la eccitavano e quando tornata in se si rendeva conto di essere in una chiesa arrossiva, ma era una cosa che passava del tutto inosservata. Fu mentre scrutava tra le navate che vide un ragazzo abbigliato in modo strano, aveva una giacca di pelle lunga fino alle ginocchia, il torso scolpito scoperto ed un pantalone nero, sembrava che nessuno lo avesse notato, così lei iniziò a fissarlo, lui aveva lo sguardo fisso al crocefisso che si trovava sopra l’altare, teneva la testa alta quasi in segno di sfida, era come se invitasse il Signore a cacciarlo via, ma sapendo già che non n’avrebbe avuto la forza. Incantata sul quel soggetto ormai aveva perso la concezione del tempo e dello spazio e quasi involontariamente una mano le scivolò nella prossimità tra le gambe, nascoste da un banchetto le aprì leggermente lasciando che la mano passando sotto la gonna rosa si fermasse sulle mutandine di pizzo bianco e con un dito lentamente iniziò a strofinarle lungo il solco della vagina; improvvisamente lo sguardo dell’uomo fisso il banchetto posto davanti alle gambe della ragazza e come se non fosse un ostacolo per la sua vista, guardò lo spettacolo e le sorrise soddisfatto. Come aveva mai potuto lei così sobria lasciarsi trasportare così? Pose fine al gioco delle dita, s’ impose di mantenere una certa dignità e si concentrò sulla predica. Durò poco, anzi pochissimo, di nuovo lo sguardo andò verso di lui che adesso guardava lei con lo stesso fervore con cui prima guardava il Cristo, di nuovo sentì la mano muoversi, si fermò restò immobile e trattenne il fiato, sperava che sarebbe scomparso così com’era apparso. Non successe. Doveva sottrarsi a quello sguardo, venne il momento di cantare di nuovo, ma sentiva il peso di quegli occhi, la messa finì, corse via senza voltarsi indietro, ricordava di essersi lasciata andare così solo un’altra volta e non voleva ripetersi. Erano passate diverse ore e nella sua testa c’erano solo le sensazioni che vi aveva lasciato Lui, voleva rivederlo senza nemmeno che se n’era accorta stava tornando verso la chiesa; trovò che era chiusa, ma lei conosceva una seconda via d’accesso, la porta della sagrestana, così entrò, era buio e c’era un’aria tetra. Andò in sagrestia si ricordava di aver visto lì gli interruttori delle luci, avanzò tentoni tastando il muro a caso nell’oscurità e riuscì a trovare il pulsante accese e lo vide. La sagrestia era una grande stanza squadrata con il soffitto altissimo dal quale pendeva un orrido lampadario, come mobilio c’era solo un armadio contenente le vesti da prete e un gran tavolo ovale, era all’estremità di questo tavolo che su di una sedia sedeva l’Uomo. Lei lo fissò incredula, non sembrava neppure umano, era come essere al cospetto di una nobile d’antica famiglia, di quei casati sconosciuti dei film d’orrore dove si vede il conte seduto a capotavola su un trono in una stanza buia illuminata dai fulmini. Lui, come se leggesse i suoi pensieri, s’alzò e le fece un piccolo inchino poi s’avvicino e le prese la mano come se volesse baciarla, ma annusò il dito colpevole, lei ebbe la certezza a suoi dubbi: l’aveva vista, ma come? Sfilò la mano dalla stretta e provò ad andare via, ma continuava a sentire i suoi occhi su di lei, si fermò, era quello che aveva aspettato: quando guardava dal coro in cerca d’occhi vogliosi cercava i suoi e ora si sottraeva al suo destino, si girò lui era lì fermo e la fissava. M. era stranita, si sedette sulla tavola e si rilassò ormai era tutto scritto non aveva senso opporsi. Lui la guardava, sapeva quale sarebbe stata la fine, era sempre la stessa, fu preso da una strana malinconia, la squadrò di nuovo, aveva le calze marrone scuro, la gonna rosa e la maglia bianca, stava sul tavolo con la faccia riposata di chi sa che di aver perso nello stesso istante in cui ha partecipato. Lei lo vide avvicinarsi, poi con delicatezza le aprì le gambe e sfilò via le mutande, sentirsi mettere la lingua sulla figa calda era una sensazione unica nel suo genere, lei non era più vergine, era successo quella unica volta in cui aveva perso il controllo, ma era stato un attimo sotto il portone di casa in piena notte non si era nemmeno resa conto subito di cosa aveva fatto, ma ora era diverso sapeva cosa faceva e lo voleva; il piacere che le stava dando il conte interruppe il filo dei suoi pensieri, avvertiva chiaramente la saliva che si spandeva sul suo sesso e non si rese neanche conto di essere così bagnata, e per la terza volta quel giorno la sua mano scivolò verso la vagina e si toccò aiutando l’amante ebbe così il primo orgasmo con il volto rosso dal piacere e un dito dentro. M. si lasciò cadere con la schiena sul tavolo e girò la testa in un lato per un istante i loro sguardi s’incontrarono, lui le sollevò le gambe tenendole unite per le caviglie in modo da avere il “bersaglio” ben definito tra le linee delle cosce cosi la penetrò, e ancora e ancora, un urlo le sfuggì, quando i loro corpi si fusero insieme, lui le lasciò le caviglie per far ricadere le gambe sul tavolo e per vedere il suo volto, lei si era girata, ora fissava il soffitto e si era portata il pollice alla base dei denti superiori sui quali faceva una pressione ad ogni entrata e accompagnava il gesto con un gemito, poi iniziò a grattare il legno del tavolo con le unghie d’entrambe le mani, mentre inarcava la schiena ad ogni colpo e urlava di piacere quasi con le lacrime agli occhi, venne prima di lui. L’amante si staccò, mentre lei fissava ancora il soffitto, aveva lo sguardo perso. Lui la sollevò, apparentemente senza sforzo, e la girò di spalle tirandola verso la fine del tavolo in modo che andasse a formare un angolo retto nel cui vertice c’era il suo culo, poi passò all’azione, s’inumidì un dito con la saliva e lo mise nel buco del culo, ma la ragazza non reagiva come se fosse in catalessi, allora le mise dentro il cazzo, lei urlò, un misto di piacere e dolore, ma lui continuò nessuno li avrebbe potuti sentire, ormai lei era ad un passo dal paradiso nella sua testa non aveva niente solo mille suoni e un’esplosione di colori, sentiva il cazzo che le entrava usciva dal culo e le piaceva, tutto quello che aveva fatto le piaceva lanciò un ultimo urlò poi lui uscì e si lasciò cadere su una sedia, mentre lei, spossata, s’inginocchiò a terra con un gomito sulla sua gamba. Si fissarono per un secondo che durò un’eternità, lui lesse la soddisfazione che le aveva dato, lei vide una sorta di tristezza, di rifiuto dell’uomo verso tutto il resto del mondo, poi lui le prese la testa e provò ad infilarle il cazzo in bocca, lei non capì le intenzioni dell’amante così lasciò che le strofinasse la cappella sulle labbra un paio di volte prima di aprire la bocca e lentamente iniziare a succhiarlo cominciò poi a farlo entrare e uscire piano mentre con una mano ne teneva l’estremità per un po’ finché non sentì la bocca piena di sperma che ingoiò quasi involontariamente, rimase per un paio di minuti ferma col cazzo in bocca, si sentiva completa poi in lampo tutto quello che aveva fatto le passò davanti agli occhi, scoppiò in lacrime picchiò con i pugni il petto dell’amante: < È TUTTA COLPA TUA! > Urlò, lui bisbigliandogli all’orecchio con una voce che sembrava venisse da molto lontana disse <> lei gli diede uno schiaffo poi corse via, lontana, aveva detto la verità era questa la cosa più fastidiosa. Lui prese le mutandine di pizzo bianco che lei aveva scordato poi spense la luce e fu inghiottito dall’oscurità.

venerdì 15 febbraio 2008

Silenzio

Di tutte le parole che ci siamo detti
I sospiri, le frasi d’amore,
Scambiate in momenti intimi
Tra baci, carezze ed urla
Di sublime piacere

Solo il silenzio…

Oltre i confini dei mondi
Oltre i limiti della conoscenza
Oltre il sonno dimenticato dei morti

Solo il silenzio rimane.

giovedì 14 febbraio 2008

Sbaglio

Saprò rispondere al colpo
che il destino, ancora una volta,
con fredda violenza mi ha inferto.
Nascosto da un muro immaginario
creato da delusioni, irrisorie illusioni,
pianti celati e anche risate c’è...
c’è un cuore che batte.

Cuore che troppe volte,
scambiando pietà per amore
e di nuovo amore per gioco
quando se lo è cercato
quando non era voluto
ha sempre sbagliato.

Amare è sbagliare?
Amo sbagliare.

mercoledì 13 febbraio 2008

Attimo

Scorre il tempo
di un istante passato
un attimo insieme,
temuto e sperato.

Di questo ricordo,
che urla straziante,
non rimane che un sordo
pensiero vagante.

Ora ridi con lui,
ingenua ferocia
con le lacrime agli occhi
mi copro la faccia.

In quel istante ho capito
come funzionava la storia
io ero triste,
tu eri troia!

martedì 12 febbraio 2008

Stanzino

Chi non crede all’amore a prima vista crederà ancor meno ad un’attrazione fisica così smodata da portare una ragazza a concedersi ad uno sconosciuto. Lei era ragazza normale, aveva i capelli biondo scuro portati lunghi fino all’altezza delle spalle, gli occhi erano particolarmente grandi. Il fisico non era niente di particolare: aveva un bel seno,ma il sedere era maltenuto.

Non era certo una ragazza nata ieri, aveva già avuto diversi rapporti e storie più o meno lunghe, ma continuava ad avere un senso d’insoddisfazione.

Quel giorno aveva deciso di farsi aiutare a studiare da un’amica, la cui famiglia aveva un piccolo ristorante. Arrivata notò lui, era in visita come lei, ma si trovava a suo agio era come se il locale fosse casa sua; era vestito in modo strano, aveva soltanto una lunga giacca di pelle nera e il torso scolpito scoperto, i pantaloni erano in tinta, ma quello che la colpì era il volto del ragazzo: aveva una fisionomia conosciuta, come se fosse un suo amico da sempre, ma visto per la prima volta; il suo volto assomigliava incredibilmente a quella degli angeli, che spesso si vedono nei quadri, ma negli occhi gli si leggeva una presunzione unica e soprattutto c’era una sorta di tristezza come se piangesse quello che il destino aveva scritto per lui. Nella sua testa c'era un uragano di pensiero, ma in quel turbine di pensieri uno brillò più degli altri: DOVEVA POSSEDERE QUEL ANGELO PRESUNTUOSO, immediatamente la confusione nella sua testa divenne un ordinato piano per raggiungere il suo obbiettivo: si diresse verso di lui e gli chiese della sua amica, poi domandò dove poter posare il giubbotto e lui da buon cavaliere la accompagnò allo stanzino dove solitamente si ritiravano a studiare le due compagne, questo era un piccolo ripostiglio dove erano sistemati una sedia di quelle con lo schienale ripiegabile fatta di spugna e una rappezzata stoffa verde ed un tavolo, che quella sera mancava. Lui aprì la porta ed entrò per primo, accese la luce, sfilò delicatamente il cappotto della ragazza e lo ripose sugli attaccapanni fu allora che notò come era vestita: aveva degli stivaletti a punta beige, una minigonna di pelle scamosciata e la maglietta in tinta, dopo averla squadrata per un momento l’angelo fece per uscire, ma lei lo spinse facendolo cadere seduto sulla sedia, poi si mosse verso di lui ed arrivata vicino alzò una gamba su un bracciolo mostrando in questo modo il perizoma fatto di simil-cuoio, che nel seguire il movimento della gamba si era stretto alla base della figa lasciando intravedere i margini delle labbra, lui per tutta risposta si avvicinò a quel lembo di pelle scoperto e iniziò a leccarlo delicatamente. La ragazza chiuse gli occhi e assaporò tutto il piacere che l’era dato, lui le sfilò il perizoma e vide che la parte posteriore era composta di una piccola catena, questo lo incuriosì molto, voleva scoprire i limiti della sua perversione; lei sentì la lingua che si muoveva vicino al clitoride che appena le fu sfiorato le fece emettere un gemito; i suoi rapporti erano stati pochi e tutti con lo stesso uomo, rozzo e poco dotato, che spesso evitava i preliminari, l’angelo la stava portando verso il posto proibito del giardino dell’eden, intanto lui continuava il suo gioco, era come se disegnasse lentamente le lettere dell’alfabeto con la lingua e ad ogni lettera corrispondeva uno spasmo di piacere che accoglieva, cercava di resistere per prolungare quelle sensazioni, ma presto la bocca del ragazzo fu piena dei suoi umori. Era venuta. Ora la posizione in cui si trovavano non era delle migliori, lei aveva ancora la gamba sul bracciolo, lui aveva la testa fra le sue gambe, quindi l’angelo le alzò altra gamba sedendola su di lui in modo che la figa si trovasse pressappoco sulle sue ginocchia in modo da averla aperta davanti e appena avesse voluto la poteva penetrare; poi continuò il suo gioco perverso infilò lentamente un dito nel sesso della ragazza poi la baciò passionalmente in bocca, lei sentì il sapore dei suoi umori, le loro lingue si strofinarono per diverso tempo e per tutto questo periodo il dito continuava ad entrare e uscire portando la ragazza sempre più vicina al paradiso, poi iniziò a palparle le tette le tolse la maglietta e sia con le mani sia con la bocca massaggio seni e capezzoli stringendo e mordendo, ad ogni movimento delle sue mani lei si strofinava avanti e indietro sul pantalone e ad ogni strusciata aumentava la voglia di averlo dentro, così di scatto mosse convulsamente le mani sulla cerniera del pantalone e strinse il cazzo con entrambe le mani tirandolo fuori poi si alzò sulle ginocchia e scendendo piano e sistemando il membro dell’amante si sedette facendosi penetrare, sentì una sensazione di pienezza e la sua voglia aumentò. Cominciò con una serie di colpi secchi, andava su e giù in modo ritmico, poi aggiunse un movimento in avanti e uno indietro, intanto lui si era steso e aveva lasciato che lei lo dominasse a suo piacere, il volto della ragazza esprimeva tutto il piacere che provava, aveva gli occhi socchiusi la testa buttata all’indietro e di tanto in tanto il suo corpo era scosso da un brivido, il tutto aveva come colonna sonora una serie di gemiti che lei tratteneva a stento. Vennero insieme, abbracciati. La ragazza si sollevò piano e scese dalla sedia, erano passati pochi secondi dall’orgasmo e già vedeva tornare l’eccitazione al suo amante, allora s’inginocchiò e prese il cazzo in bocca lo leccò piano tutto, giocherellò con la lingua sul lembo di pelle vicino la cappella, poi se lo mise tutto dentro e lo succhiò ingoiando lo sperma con cui le inondò la bocca, poi si risistemò e girandosi per riprendere il perizoma si piegò ad angolo retto offrendo il culo all’angelo, in quel momento sentì le mani cingerle la vita e il cazzo che s’infilava sinuoso nel buco, si sentì una troia, ma guardando la faccia dell’angelo capì di non essere mai stata così casta, mai fino ad oggi aveva visto la maestosità nella sua massima espressione, capì di essere stata una troia, quando, non potendo avere il massimo, si era gettata su uno qualsiasi lasciando il suo corpo a chi non sapeva usarlo, capì di essere stata una troia, quando al buio si stuzzicava con le dita pensando ad un ragazzo che non poteva essere suo, ma ora era diverso, ora aveva assaporato il sesso, quello vero, quello che alcune persone aspettano tutta la vita e non trovano mai, si staccò da lui e si rivestì, non lo aveva lasciato finire, si girò e gli tirò il perizoma, non sarebbe più stata la stessa, “ho provato il cazzo di un arcangelo” pensò e scappò via piangendo.


Vergine

Lei è una studentessa di circa un metro e sessanta i suoi capelli marroni ricadevano a boccoli a pochi centimetri dalla sua vita. Il suo viso è dolce e molto espressivo gli occhi castani rispecchiano la sua anima gentile e il sorriso accennato sulle sue labbra accentuano queste caratteristiche del suo essere. Il suo corpo è proporzionato: il seno prosperoso, rassodato dalle molte ore d’allenamento alla danza; le sue mani sono piccole posseggono una loro particolare grazia; la vita e carnosa piacevole da abbracciare; il suo culo è ben fatto: le natiche sono perfettamente definite e sode, sotto un qualunque sforzo si possono percepire i tendini tendersi per tirare verso l’alto quel attraente oggetto di seduzione alla cui base si può intravedere, o meglio immaginare, la leggera protuberanza della sua figa, che nel culmine della sua eccitazione invade quella parte con il suo dolce nettare per apportare sulla faccia infantile un intenso rossore, per via della danza non aveva peli sul pube, il che rendeva il complesso ancora più puerile.

Per lei accadde tutto in fretta, anzi quasi in modo inevitabile, era una fresca mattina d’autunno e presso una scuola in un paese affacciato sul mare si teneva una sorta di festa durante la quale gli alunni cantavano e ballavano; lei aveva una parte nella coreografia, tutto era tranquillo e lo spettacolo andava per il meglio, così voltandosi verso il pubblico vide un uomo, come incantata cominciò a fissarlo era una persona a lei conosciuta, anche se non l’aveva mai visto prima, fisicamente era ben fatto magro con il fisico definito aveva i capelli lunghi, neri, lisci, indossava una giacca di pelle che gli arrivava fino alle ginocchia il busto era scoperto lasciando intravedere il torace scolpito, i suoi pantaloni erano neri come la giacca; nel suo viso c’era qualcosa che conosceva, sapeva di averlo già visto, ma non ricordava assolutamente niente di lui, nel suo sguardo c’era un non so che di misterioso e se lo fissavi negli occhi non potevi fare altro che distoglierli, così quello sguardo la fece cadere. Riuscì giusto a realizzare di essere caduta che sentì due forti braccia alzarla e si accorse appena di non riuscire a muovere una caviglia, quando guardò il suo soccorritore riconobbe l’uomo che stava fissando, si accorse che lo spettacolo continuava e il pubblico era preso dalla coreografia, mentre il suo soccorritore la trasportava verso gli spogliatoi. Così, mentre era sballottata verso il riposo, la sua mano sfiorò il membro del salvatore, che naturalmente divenne duro tra le sue inesperte dita, cercò una via di fuga a quella vergogna, ma la posizione le impediva qualsiasi movimento, ma incrociando lo sguardo del suo dimenticato amico vide un’espressione che non avrebbe mai più scordato: c’era una luce sconosciuta nei suoi occhi, che nell’inesperienza, scambiò per amore, ma solo più tardi capì che era voglia di possederla, e per un po’ dimenticò la locazione della sua mano, lasciandolo fare, quando in un cambio di posizione iniziò a palpeggiarle le tette sode, e reagì solo con un gemito, quando le sue dita iniziarono a scivolare verso la vagina, il viaggio fino allo spogliatoio fu combattuto fra sogno e realtà, le sensazioni che provava erano di una gamma sconosciuta alla nostra vergine, nella sua testa si stava combattendo una sorta di battaglia tra il bene e il male, da una parte sentiva il buon senso incitarla ad andare via, ma ben più forte sentiva il desiderio, il desiderio di farsi prendere, di protendere quelle sensazioni per sempre, affogare in un abisso di piacere fin quando la prestanza del suo amante lo permettesse. Quasi non capì che erano ormai arrivati nello spogliatoio, ma capì che la sua guerra interiore era stata vinta dal desiderio, quando restò immobile a guardare le mani del suo compagno toglierle lentamente il pantalone e la sua faccia si tinse del rosso della vergogna, quando, tolte le mutande, vide che si era bagnata; spesso, sola nella sua stanza buia, infilava delicatamente un dito nel suo sesso per riprodurre il piacere che solo un uomo poteva darle, ma ora era diverso, a stento riuscì a trattenere un urlo di piacere quando sentì la lingua del salvatore insinuarsi sinuosa nella sua figa; lui alzò lo sguardo verso di lei e, come se fosse preso da uno scrupolo di coscienza tentò di tirarsi indietro, ma la mano decisa della verginella vogliosa spinse di nuovo la sua testa verso di lei, così lei si rese conto di aspettare quel momento, ma questo non le impedì di tingere ancora il suo volto di un pudico rossore, così seduta con le gambe divaricate su di una panca aspettava con impazienza che il soccorritore la prendesse, poi ebbe un lampo, un'idea, così prese l’iniziativa e allontanato il suo amante si inginocchiò a terra ed armeggiando sulla lampo riuscì a tirare fuori il cazzo del compagno, così prendendolo delicatamente con le piccole dita ne leccò l’estremità, avvertì un brivido di piacere nel corpo dell’uomo così si mise lentamente tutto il membro in bocca, non aveva la minima idea di come trattare quel coso, iniziò a succhiare mentre la lingua giocava nella piccola fessura sull’estremità, restò sorpresa quando con uno scatto le sfilò il pene dalla bocca per poi inondare il suo viso con il caldo sperma; lei era presa in un turbine di nuove sensazione quando sentì le forti braccia che l’avevano trasportata sollevarla mantenendola per natiche sode e sentì il contatto della sua schiena con la fredda parete, il freddo e l’eccitazione fecero indurire i suoi capezzoli e la ballerina provò la necessità si liberare il seno da quella gabbia cosi si tolse la maglietta e il reggiseno offrendo al suo amante il prosperoso seno, lui le iniziò a succhiare le tette per poi mordergli i capezzoli provocandole dolore e piacere simultaneamente, il soccorritore rimase a fissare l’espressione della vergine mentre fissava stranita il pene che poco per volta penetrava nella sua figa, lei sentiva che nella sua avanzata le portava via qualcosa che non poteva esserle restituita e alla vista della completa penetrazione le sfuggì un urlo di sublime piacere, involontariamente strinse con le gambe la vita del suo amante che ora la sorreggeva mantenendole il culo e stringendole le natiche mentre lei appoggiata al muro inarcava il busto ad ogni penetrazione accompagnando il gesto con un leggero gemito che lasciava intuire il piacere che provava. Le sue mani stringevano con forza le spalle del salvatore, mentre lui con un’espressione compiaciuta continuava a penetrarla; i due si strinsero con foga fin quando nella testa della verginella non ci fu altro che una miriade di colori e suoni. Fu dopo il suo orgasmo che si pentì di aver accettato di scopare senza pensarci. Lui la mise delicatamente a terra dopodiché la spinse sulla panca in modo che lei offrisse il suo stretto buco del culo all’amante che iniziò a leccarla prima sulla schiena, poi le natiche, mentre con un dito stuzzicava la figa ancora bagnata, infine iniziò ad infilarle la lingua un po’ nella vagina e un po’ nel culo, lei era all’apice della goduria, quando lui, inginocchiatosi dietro di lei sulla panca, le infilò lentamente il glande nell’ano, quella penetrazione le faceva così male che involontariamente le lacrime iniziarono a scorrere copiose sulle sue guance e gemiti soffocati di dolore e piacere facevano da colonna sonora a quel momento, ma era una cosa che le piaceva da matti sentire quel cazzo duro che lentamente la sfondava percepire il respiro stanco del suo amante, mentre cercava di darle piacere, ogni millimetro che il cazzo guadagnava entrandole nel culo era per lei un dolore inimmaginabile, però continuava ad incitare il compagno spingendo il busto verso dietro, dopo che la prima volta le altre furono meno dolorose, ma le lacrime continuavano a rigare il suo volto arrossato dall’eccitazione e dalla vergogna, appena lui raggiunse l’orgasmo tirò via il cazzo per venire sulla figa ormai sverginata della compagna. Il loro amore fu interrotto dalla fine della musica che preannunciava l’arrivo delle altre ballerine così lei, preso un fazzolettino, si ripulì dello sperma presente fra le sue natiche, intorno alla figa e sul viso, poi fece per rimettersi le mutandine, bianche merlettate, quando lui la fermò e presosi le mutande le disse:

"Questo sarà il nostro segreto e terrò le tue mutandine come ricordo della mia timida vergine!"

domenica 10 febbraio 2008

Sognare

...Non c’è sonno nella notte di chi sa
che dormendo non è certo di sognarla...
Il tempo lava via ogni ferita,
Ma alcune lasciano dei segni
che si trasformano in pensieri
Quando nella notte di un cuore solo
più si sente la solitudine.

A che serve dormire se non puoi scegliere cosa sognare?

Amami...la preghiera mi nacque dal cuore la prima volta che la vidi. Non sapevo niente di lei. C'era una stanza intorno a me, mille volti senza un nome, mille voci, mille luci, ero stordito da quel posto . Mi sentivo del tutto fuori posto, avrei voluto scappare, correre via per strada dove il sole non potesse illuminarmi, addentrarmi nella fitta trama di strade senza meta; vagare, vagare come vaga per lo spazio una cometa, fino a diventare una sola cosa con le mure dipinte da artisti incompresi, fino ad essere parte della spazzatura che riempe gli angoli, fino a far parte della composizione stessa dell'aria. Invece rimasi lì a fissarti. A guardare come ti muovevi, come eri a tuo agio, parlavi camminavi, senza indugi, senza paure.

Amami...cercavo, fissandoti di farti venire verso di me, incrociavo il tuo sguardo ogni volta che fosse libero da quello degli altri; mi cercavo nei tuoi occhi sperando che mi rispecchiassero nel cuore. Dei tuoi occhi hanno invidia le stelle.

Amami...palpitavo ad ogni parola che tu dicevi, credendo di sentirti chiamare il mio nome, di sentirti dire , io ci sarei rimasto per sempre. Volevo sentirti dire ti amo mi sarebbe bastato quello e niente altro di te. Per un attimo avrei capito la distanza da inferno e paradiso, l'avrei coperta in volo sulle tue parole.

Amami...seguivo ogni tuo passo, pregando che ti portasse verso il mio angolo, verso di me, come se fossi una falena attratta da una luce invisibile. Ogni passo più vicino a me. Ancora, ancora, ma una voce ti fermava ti chiamava in un altro posto e ti allontanava da me. Voci senza volto, siate maledette per ogni millimetro che la strappate da me.

Amami...siamo l'uno di fronte all'altro. Il bacio fu lungo e inteso sentivo il sapore di te che diventava mio, attimo dopo attimo mi riempivo di te, volevo baciarti fino a toglierti l'aria dai polmoni, avrei voluti ucciderti, amarti, averti, lasciarti. Eravamo il notturno degli amanti, i nostri corpi che si sfioravano emettevano le note di un aria divina. Dio stesso ha invidiato il nostro amore , lui che lo ha creato non può provarlo come noi. Ne soffra e lo invidi allora. Siamo uniti per sempre in questa notte. In questa sola notte.

I SOGNI ALL'ALBA SPARISCONO!

(che senso ha dormire se non si può scegliere cosa sognare?)

giovedì 7 febbraio 2008

Per un amore impossibile

Immagina la mia felicità nel vederti lì ferma sull’uscio di quella porta, bellissima, del resto lo sei sempre stata dalla prima volta che ti vidi, anche se pensavo fossero state le lacrime a renderti così affascinante, fissavi lui allora come fissi me adesso, mi innamorai di te come nessuno uomo avrebbe mai potuto. Ma forse non sai che sono stato un codardo, in mille e mille occasione ho avuto modo di essere tuo, ma ogni volta qualcosa mi fermava. Molte altre volte ti vidi a volte per sbaglio altre volte cercandoti in quei posti che sei solita frequentare, facendomi cattiva reputazione a gli occhi di chi mi vedeva contemplarti in tutte le tue forme aggraziate e perfette. Sempre più spesso negli ultimi anni mi avvicinavo a te, ma restavo a guardare senza avere la forza di fare il passo decisivo, cerca di capirmi, io avevo la mia famiglia, i miei amici, la mia vita, ed era questa il problema: la mia vita mi impediva di stare con te. Ma oggi è stato diverso, hai visto? Hai mai avuto un corteggiatore? Sicuramente. Non potresti essere così bella senza nessuno che ti desidera, che ti anela ad ogni respiro. Oggi non ho pensato a me, sono stato tutto tuo con ogni fibra nel mio essere. Ti ho seguito tutto il giorno nel tuo lavoro la tua espressione ferma e minuziosa mentre termini la tua opera. Ogni tuo intervento è una piccola opera d’arte, niente è lasciato al caso: ti avvicini piano e suadente a chi ti aspetta, tutti al tuo arrivo tremano o piangono, sono pochi quelli attendono già pronti i più li prendi alla sprovvista, ma non casualmente, gli sussurri all’orecchio e si innamorano di te. Nessuno può resistere alla dolce promessa che gli fai. Poi ti vedo andare via con loro ogni volta con una persona diversa, del resto con te tutti hanno una sola occasione giusto?
Io ho usato la mia stasera quando ti ho visto uscire dal quel piccolo giardino paradisiaco dove tutti riposano in pace e sotto un alto cipresso ti ho preso al volo e stretta forte. Se sapevo che non fosse mai stato possibile avrei pensato che il cuore mi sarebbe scoppiato, invece qualcuno ci ha staccati, ha diviso il nostro abbraccio eterno.
Ma tu hai capito il mio amore e non mi hai abbandonato. Ora che sei vicino a me vorrei baciare le tue mani che staccano i tubi che mi ridanno il sangue che ho versato per te. Vorrei carezzarti il viso mentre mi baci e porti via l’aria dai miei polmoni, vorrei alleviarti dal fardello della falce che recide il debole legame che ha la mia anima al corpo, ma ora so che è finita ti abbraccio di nuovo e stavolta nessuno ci dividerà. Quasi rido a vedere le facce distrutte dal pianto dei parenti al mio capezzale, vorrei urlare: "Non piangete io sto con il mio amore e nessuno ci dividerà mai, Io che sono stato vita ho sempre amato la Morte!"

Perdono

...Luce che sfuma nella notte...
I tuoi occhi mi avevano incantato.
...Uno scintillio tra le ombre...
Mi avevi trattenuto con le parole.
..."Perdona tuo fratello sette volte sette"...
Io ti ho sempre perdonata.
...Ferro freddo nel corpo caldo...
Da ogni peccato ti ho asssolto.

Preludio

Non ho belle parole, ne argomenti convincenti, per concentrare il vostro sguardo su questo blog. Magari c'è da chiedersi perché voglia aprire questa pagina web, ma ho una insana voglia di condividere con voi i miei scritti. C'è un aforisma che recita: "a 20 anni si prova la poesia ed a 40 si pensa che bisognava perseverare", ho pensato che non voglio rimorsi del genere quindi se c'è un modo per divulgare le mie opere lo metto in atto. Lascio a voi la gioia di distruggere i miei sogni con critiche e commenti....