Lei è una ragazza piacente, i capelli corvini, gli occhi castani, di statura non troppo alta, ha il seno piccolo una prima, il viso di una perenne bambina, ma se si fissa il profondo dei suoi occhi si leggono le voglie di una donna, credente praticante e la domenica si poteva fra le fila del coro vedere la sua espressione fanciullesca e sentire la voce suadente. Spesso durante i lunghi sermoni guardava il suo pubblico e pensava che tra quei ragazzi ci fosse chi, forse in quello stesso momento, voleva possederla; questi pensieri la eccitavano e quando tornata in se si rendeva conto di essere in una chiesa arrossiva, ma era una cosa che passava del tutto inosservata. Fu mentre scrutava tra le navate che vide un ragazzo abbigliato in modo strano, aveva una giacca di pelle lunga fino alle ginocchia, il torso scolpito scoperto ed un pantalone nero, sembrava che nessuno lo avesse notato, così lei iniziò a fissarlo, lui aveva lo sguardo fisso al crocefisso che si trovava sopra l’altare, teneva la testa alta quasi in segno di sfida, era come se invitasse il Signore a cacciarlo via, ma sapendo già che non n’avrebbe avuto la forza. Incantata sul quel soggetto ormai aveva perso la concezione del tempo e dello spazio e quasi involontariamente una mano le scivolò nella prossimità tra le gambe, nascoste da un banchetto le aprì leggermente lasciando che la mano passando sotto la gonna rosa si fermasse sulle mutandine di pizzo bianco e con un dito lentamente iniziò a strofinarle lungo il solco della vagina; improvvisamente lo sguardo dell’uomo fisso il banchetto posto davanti alle gambe della ragazza e come se non fosse un ostacolo per la sua vista, guardò lo spettacolo e le sorrise soddisfatto. Come aveva mai potuto lei così sobria lasciarsi trasportare così? Pose fine al gioco delle dita, s’ impose di mantenere una certa dignità e si concentrò sulla predica. Durò poco, anzi pochissimo, di nuovo lo sguardo andò verso di lui che adesso guardava lei con lo stesso fervore con cui prima guardava il Cristo, di nuovo sentì la mano muoversi, si fermò restò immobile e trattenne il fiato, sperava che sarebbe scomparso così com’era apparso. Non successe. Doveva sottrarsi a quello sguardo, venne il momento di cantare di nuovo, ma sentiva il peso di quegli occhi, la messa finì, corse via senza voltarsi indietro, ricordava di essersi lasciata andare così solo un’altra volta e non voleva ripetersi. Erano passate diverse ore e nella sua testa c’erano solo le sensazioni che vi aveva lasciato Lui, voleva rivederlo senza nemmeno che se n’era accorta stava tornando verso la chiesa; trovò che era chiusa, ma lei conosceva una seconda via d’accesso, la porta della sagrestana, così entrò, era buio e c’era un’aria tetra. Andò in sagrestia si ricordava di aver visto lì gli interruttori delle luci, avanzò tentoni tastando il muro a caso nell’oscurità e riuscì a trovare il pulsante accese e lo vide. La sagrestia era una grande stanza squadrata con il soffitto altissimo dal quale pendeva un orrido lampadario, come mobilio c’era solo un armadio contenente le vesti da prete e un gran tavolo ovale, era all’estremità di questo tavolo che su di una sedia sedeva l’Uomo. Lei lo fissò incredula, non sembrava neppure umano, era come essere al cospetto di una nobile d’antica famiglia, di quei casati sconosciuti dei film d’orrore dove si vede il conte seduto a capotavola su un trono in una stanza buia illuminata dai fulmini. Lui, come se leggesse i suoi pensieri, s’alzò e le fece un piccolo inchino poi s’avvicino e le prese la mano come se volesse baciarla, ma annusò il dito colpevole, lei ebbe la certezza a suoi dubbi: l’aveva vista, ma come? Sfilò la mano dalla stretta e provò ad andare via, ma continuava a sentire i suoi occhi su di lei, si fermò, era quello che aveva aspettato: quando guardava dal coro in cerca d’occhi vogliosi cercava i suoi e ora si sottraeva al suo destino, si girò lui era lì fermo e la fissava. M. era stranita, si sedette sulla tavola e si rilassò ormai era tutto scritto non aveva senso opporsi. Lui la guardava, sapeva quale sarebbe stata la fine, era sempre la stessa, fu preso da una strana malinconia, la squadrò di nuovo, aveva le calze marrone scuro, la gonna rosa e la maglia bianca, stava sul tavolo con la faccia riposata di chi sa che di aver perso nello stesso istante in cui ha partecipato. Lei lo vide avvicinarsi, poi con delicatezza le aprì le gambe e sfilò via le mutande, sentirsi mettere la lingua sulla figa calda era una sensazione unica nel suo genere, lei non era più vergine, era successo quella unica volta in cui aveva perso il controllo, ma era stato un attimo sotto il portone di casa in piena notte non si era nemmeno resa conto subito di cosa aveva fatto, ma ora era diverso sapeva cosa faceva e lo voleva; il piacere che le stava dando il conte interruppe il filo dei suoi pensieri, avvertiva chiaramente la saliva che si spandeva sul suo sesso e non si rese neanche conto di essere così bagnata, e per la terza volta quel giorno la sua mano scivolò verso la vagina e si toccò aiutando l’amante ebbe così il primo orgasmo con il volto rosso dal piacere e un dito dentro. M. si lasciò cadere con la schiena sul tavolo e girò la testa in un lato per un istante i loro sguardi s’incontrarono, lui le sollevò le gambe tenendole unite per le caviglie in modo da avere il “bersaglio” ben definito tra le linee delle cosce cosi la penetrò, e ancora e ancora, un urlo le sfuggì, quando i loro corpi si fusero insieme, lui le lasciò le caviglie per far ricadere le gambe sul tavolo e per vedere il suo volto, lei si era girata, ora fissava il soffitto e si era portata il pollice alla base dei denti superiori sui quali faceva una pressione ad ogni entrata e accompagnava il gesto con un gemito, poi iniziò a grattare il legno del tavolo con le unghie d’entrambe le mani, mentre inarcava la schiena ad ogni colpo e urlava di piacere quasi con le lacrime agli occhi, venne prima di lui. L’amante si staccò, mentre lei fissava ancora il soffitto, aveva lo sguardo perso. Lui la sollevò, apparentemente senza sforzo, e la girò di spalle tirandola verso la fine del tavolo in modo che andasse a formare un angolo retto nel cui vertice c’era il suo culo, poi passò all’azione, s’inumidì un dito con la saliva e lo mise nel buco del culo, ma la ragazza non reagiva come se fosse in catalessi, allora le mise dentro il cazzo, lei urlò, un misto di piacere e dolore, ma lui continuò nessuno li avrebbe potuti sentire, ormai lei era ad un passo dal paradiso nella sua testa non aveva niente solo mille suoni e un’esplosione di colori, sentiva il cazzo che le entrava usciva dal culo e le piaceva, tutto quello che aveva fatto le piaceva lanciò un ultimo urlò poi lui uscì e si lasciò cadere su una sedia, mentre lei, spossata, s’inginocchiò a terra con un gomito sulla sua gamba. Si fissarono per un secondo che durò un’eternità, lui lesse la soddisfazione che le aveva dato, lei vide una sorta di tristezza, di rifiuto dell’uomo verso tutto il resto del mondo, poi lui le prese la testa e provò ad infilarle il cazzo in bocca, lei non capì le intenzioni dell’amante così lasciò che le strofinasse la cappella sulle labbra un paio di volte prima di aprire la bocca e lentamente iniziare a succhiarlo cominciò poi a farlo entrare e uscire piano mentre con una mano ne teneva l’estremità per un po’ finché non sentì la bocca piena di sperma che ingoiò quasi involontariamente, rimase per un paio di minuti ferma col cazzo in bocca, si sentiva completa poi in lampo tutto quello che aveva fatto le passò davanti agli occhi, scoppiò in lacrime picchiò con i pugni il petto dell’amante: < È TUTTA COLPA TUA! > Urlò, lui bisbigliandogli all’orecchio con una voce che sembrava venisse da molto lontana disse <> lei gli diede uno schiaffo poi corse via, lontana, aveva detto la verità era questa la cosa più fastidiosa. Lui prese le mutandine di pizzo bianco che lei aveva scordato poi spense la luce e fu inghiottito dall’oscurità.
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