giovedì 3 luglio 2008

Alfa

Buio ovunque si girasse, il mondo non aveva confini palpabili, tutto era buio. Poi si distinse un ombra che nell’oscurità era come un buco nero. Sembrava un uomo, ma non era sicura, poteva essere qualsiasi cosa. Era terrorizzata. La vide avvicinarsi, non riusciva a distinguere i movimenti che quella compiva, sentì l’alito di quella cosa sul volto. Paralizzata, nemmeno un muscolo rispondeva ai sui comandi. Ci fu un lampo di luce, fissò quello che aveva di fronte, era sconvolta, un ragazzo ( se così si può definire ) era in piedi di fronte a lei. Lui la fissava con un’ espressione indecifrabile lo fissò negli occhi, la profondità di quello sguardo stonava con il viso da bambino, i capelli di un biondo platino gli ricadevano sulle spalle nude, tutto il suo corpo era nudo, fissò il membro dell’uomo; una vampata di calore le percorse tutto il corpo, arrossì per il modo in cui si era eccittata, sentiva tra le gambe l’umido che quella vista le aveva provocato. Cercò qualcosa su cui concentrare lo sguardo, le sembrò di stare sulle nuvole, si accorse in secondo momento che erano specchi che riflettevano un cielo che non c’era come sfondo alle figure dei loro corpi. Era nuda, provò a coprire il suo sesso e la reazione che aveva avuto alla vista di quell’ uomo, ma in quell’istante lui le prese il braccio la tirò a se e prima che potesse reagire la baciò. Fu il bacio più profondo che avesse mai ricevuto, in men che non si dica la sua lingua si trovò intricata in un complicato gioco perverso con quella dello sconosciuto. Avrebbe voluto rimanere così il più a lungo possibile, si staccarono, come se fosse spinta da una forza superiore si piegò sulle ginocchia e pian pian iniziò a toccargli il pene, lo sfiorava piano con le dita come se stesse accarezzando un bambino in fasce, poi se lo mise sulla lingua appoggiato di piatto e tirando indietro la lingua lo prese in bocca. Lo succhiava e leccava, alzò lo sguardò verso gli occhi del ragazzo e per sbaglio fissò il riflesso sul soffitto-specchio, quello che vide la fece rimanere interdetta, il suo viso, la sua espressione erano imploranti chiedeva, mentre stringeva delicatamente il cazzo tra le labbra, piacere, i suoi occhi lasciavano trasparire un voglia a lungo soppressa dalla rigidezza della famiglia in cui viveva, lui la sollevò da terra e la fece appoggiare con le mani vicino alla parete-specchio, poi iniziò a dare piccoli colpi sulla sua figa, senza mai penetrarla veramente, con le mani le palpò il seno, poi la penetrò, vide il suo volto riflesso assumere un’espressione di piacere, non si riconosceva in quella che vedeva, non poteva essere lei! Aveva nella mente la voce del padre:
“ Sei solo una piccola puttana”
Questo le disse quando gli confessò di essere innamorata di un ragazzo, come se lei non potesse farlo, non era forse un essere umano con un cuore e dei sentimenti? Lui continuava a penetrarla lo sentiva caldo dentro di lei ogni volta che entrava era un passo avavti verso il paradiso dei sensi e l’inferno del peccato. Godeva, la vista si appanava il suo viso la spanteva, esprimeva una famelicità, quasi appagata, pensò:
“ Guardami papà ora sono una troia, ora sono una puttana”
Era alla fine della scalata verso il piacere. Con un urlo epresse tuto il suo piacere, un urlo che racchiudeva tutte le voglie di quella diciasettenne costretta ad una castità che non voleva.
Il suo orgasmo fu una lunga discesa. Ci fu di nuovo il buio sentì la sensazione di una caduta, si alzò di scatto dal letto. Era rossa in viso, ansimava, si sentiva eccitata e insodiffatta, voleva un uomo vero, non le bastava l’Apollo del suo sogno. Si toccò, spostandosi piano si mise con le ginocchia piegate sul letto e il busto appoggiato al materasso abassò di un palmo il pigiama, il pigiamino con gli gli orsetti che la mamma aveva regalato alla sua bambina, insieme alle mutandine, quelle rosa con il pizzo da bimba di quarta elementare che le avevano fatto quadagnare il nome di Virgin Mary,
e infilò delicamente il dito nella figetta rasata, alla luce dell’alba ebbe il secondo orgasmo pensando ad uomo che non avrebbe potuto avere finchè il padre fosse stato in vita. Erano quelle le parole magiche finchè non fosse stato in vita. Si alzò dal letto e andò in cucina, prese il grosso coltello che stava li nel primo cassetto e con il sorgere del sole e gli occhiali appannati dagli affanni del sonno tinse i sui capelli color del grano con il rosso del sangue.
“ Non sono una troia, sono solo una ragazza!”
Pensava…

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