martedì 8 luglio 2008

doppelgengar parte 1

Non sento più quella voce, è molto che non la sento più, questo mi piace, quello che diceva che voleva fare non ero io, la voce veniva da dentro me, ma non ero io, ne sono certo, alcune cose non le posso nemmeno pensare. La spiegazione del professore mi riporta in classe. Mi guardo intorno, ci sono venti facce di venti persone estranee, condivido con loro sei ore al giorno della mia vita senza avere coinvolgimenti nei loro confronti, sono volti e presenze con cui non mi mischio, la mia asocialità non è vista male, pensano che sia un eccentrico, ma non li evito con cattiveria, semplicemente siamo universi a parte.
Non credevo di poter mai arrivare ad una simile conclusione ma quando la voce tace mi sento solo, mi sussurra cose improponibili, ma è furba ed intelligente, un avversario mentale alla mia altezza. Un eco. Un tuono nella mia testa. Sta arrivando. Eccola.
Fisso le facce che mi circondano, sono tutti concentrati sulle parole del professore. È seduta nel banco da sola e fissa il libro, la guardo bene: non è bella, i capelli tagliati a caschetto castani, il fisico alto, pieno quasi abbondante. È lei.
Chiedo il permesso di poter andare vicino a qualcuno con libro perché mi manca, lei avendo il posto libero acanto mi ospita al suo banco; siamo seduti e i nostri volti sono a pochi centimetri l'uno dall'altro, le sussurro una battuta per metterla a suo agio; è perfino più facile di quanto mi aspettavo. Sento la mia metà razionale scalciare: ha capito quali sono i miei piani, ma ora è il mio turno. La battuta diventa una piccola chiacchierata, è così contenta, pensa di potersi vantare del fatto che è riuscita a socializzare con me, immagina le amiche invidiose dell'amicizia con la persona più fredda della classe. Stupida. Ci diamo appuntamento in palestra alla fine delle lezioni. Il meccanismo è partito posso anche lasciare il posto a lui, di sicuro non interromperà il mio piano.
Perché sto in palestra? Sarei dovuto andare a casa. Qualcosa mi ha fermato, lui mi ha portato qui. Guardo il ripostiglio con tutti gli attrezzi stipati alla rinfusa, mi assale un senso di nausea, devo scappare, ma lui è qui, lo sento che ride, lo posso vincere, prendo la strada per la porta, varco la soglia, respiro l'aria aperta: ho vinto.
È tempo che io torni. Lui poteva quasi mandare tutto all'aria. Aspetto il suono della campanella, nella scuola c'è un trambusto pazzesco gli alunni si affannano ad uscire veloci dalla scuola, poi tutto si quieta, sento il rumore dei tacchi sulla scala, nel corridoio, si avvicina. Socchiudo la porta del ripostiglio e l'aspetto lì di fronte accendendo una sigaretta ed aspettando calmo; spunta dall'angolo e viene verso di me, le cedo la mezza sigaretta, la fuma disinvolta soffiando il fumo verso l'alto; è quasi al filtro quando prima che riesca ad espirare il fumo la tiro a me e la bacio aspirando dai suoi polmoni il fumo e l'aria, finché non la sento rilassata tra le mie braccia. Il bacio e lungo ed appassionato e lentamente la spingo ad appoggiarsi alla porta socchiusa, che appena sente il nostro peso si apre e ci fa precipitare al suolo. Casualità. Pensa lei quando si rialza ed ancora stordita dal bacio e dalla caduta che non si accorge dei legacci che avevo in mano; capisce a stento cosa succede quando i sui polsi erano legati ai piedi di un cavallo per atletica. Urla qualcosa ma non me ne curo, nessuno può sentirci. La stendo con la schiena sul legno e le tengo le gambe bene aperte, sfilo via i jeans e la lascio con il perizoma verde scuro. Si è calmata ha capito la situazione, non può scappare, gridare non serve a nulla. Inizio a passare il dito sulla stoffa del suo intimo seguendo la linea disegnata dal suo sesso, dalla base alla fine spingendo piano verso l'interno, presto sento l'umido sotto il polpastrello; tolgo le mutandine e affondo la lingua dentro di lei, scivolo lungo le labbra fino al grilletto dove gioco un po' finché non sospira rumorosamente, allora mi fermo; mi porto all'altezza della sua faccia e la tiro per i capelli dolcemente finché non è quasi a testa in giù, glielo metto in bocca spingo fino infondo, sento che quasi si strozza, ma persisto e le vengo in bocca vedo lo sperma schiumoso agli angoli della bocca e la sento deglutire. Sciolgo i legacci e la trascino verso la spalliera svedese, la lego ad una delle sbarre, la piego fino a formare un angolo retto, raccolgo il suo perizoma e inizio a colpirla a mo di frusta sulle natiche, geme e gode; afferro allora la corda per i salti e la passo tra le sue gambe poi tiro verso l'alto facendola entrare sempre più a fondo, la corda si bagna dei suoi umori ed inizio a strofinarla avanti ed indietro, il suo respiro è molto affannato, il viso rosso ha le lacrime agli occhi, mollo la corda e la penetro. Mi muovo appena dentro di lei e raggiunge l'orgasmo, continuo a entrare ed uscire da lei sbattendola nelle sbarre, la seconda volta veniamo assieme. La guardo, lei si stacca dalla spalliera e si lascia cadere a terra. Guardo i nodi, erano sciolti, è rimasta lì di sua volontà, mi sistemo e vado via lasciandola in singhiozzi nel ripostiglio.
La sera mentre poso il jeans vedo una cosa verde scuro nella tasca, è il suo perizoma ancora pervaso dal suo odore. Un'altra tacca nella mia coscienza.

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