Lui era il migliore in tutto quello che faceva, in quante più cose riusciva tante più ne faceva; non era superbo non si vantava dei suoi meriti, aveva bisogno dei premi per sentirsi appagato. Sport, studio, donne, sacrficava la sua vita in cerca di sfide.
Lei era sempre stata sola, non le piaceva la compagnia, le altre persone le innervosivano, le trovava stupide ed inutili.
Ormai lui non riusciva a trovare un nuovo trofeo, una nuova sfida, vedeva tutti i suoi premi vuoti e ne voleva altri.
Stava con i suoi amici, il gruppo che tutti invidiavano, nel cortile della scuola, l'immagine di lei sola sul balcone del terzo piano lo colpì, una regina altezzosa che fissava il suo popolo di schiavi. Chiese informazioni su di lei, e gli raccontarono la sua storia di esilio e riufiuto dagli altri.
Sentì il brivido della gara, l'adrenalina per un attimo gli invase il corpo, salì di gettò le rampe di scale e si fermò al suo fianco in terrazza:
"Ciao"
Niente
"Ciao scusa stavo là in cortile ti ho visto qui sembravi sola...."
"Ciao"
"...Aspetti qualcuno?"
"No"
"Ti va qualcosa da bere?"
"No"
"Come ti chiami?"
"Non ti importa"
"Forse oggi non è giornata, ma mi rivedrai."
Per tutti i giorni seguenti la scena fu la stessa: risposte secche e monosillabi, ma più l'impresa gli sembrava impossibile più sentiva quel scintilla di vita, quella di quando stai in gara e senti che ogni passo può portarti alla vittoria che appare come un traguardo quasi divino, con uno scotto da pagare.
La prima cosa che perse furono gli amici, che non vedevano il motivo di tanto accanimento e presto si stancarono del suo estetuante interesse.
Il tempo passava e nella sua partita contro di lei lui non segnava un punto a favore, ma ebbe un'altra perdita, non aveva più il tempo per gli allenamenti sportivi e fu buttato fuori dalle squadre, ma a lui non importava voleva qualcosa di più.
Mesi di corte sfrenata di inseguimenti per strada di piccoli regali, sempre rifiutati, di ore passate nella speranza di strapparle un sorriso. Lei teneva duro e a lui la cosa piaceva più era ambito il premio più valore aveva, anche se era giunto a sacrificare lo studio, oramai il suo reddimento scolastico era pessimo, ma a lui non importava voleva qualcosa di più.
Era la fine dell'anno scolastico e lui stava nel terrazzo dove tutto era iniziato e guardava giù a quello che era stato il suo mondo e che lui aveva perso, anzi vi aveva rinunciato, una volta era il re di quel posto, ora ne era il buffone, lei si era fatta trasferire in un altra scuola, i suoi amici ridacchiavano quando lui passava, i professori aveva deciso all'unanimità di bocciarlo e nessun club sportivo lo voleva tra le sue fila, era lo zimbello di tutte le ragazze, perfino i bidelli ridevano di lui.
La sua sfida era fallita e non poteva sopportare la sconfitta, lui voleva qualcosa di più: un posto dove poter tornare a vincere.
Scavalcò il parapetto e si lasciò cadere nel cortile, tra le panche e le sue vecchie glorie.
sabato 17 ottobre 2009
giovedì 8 ottobre 2009
Distante
Un caleidoscopio di volti
vorticanti, inseguiti da
una voce monotona vuota.
Cornice, inutile sfondo.
Tutte queste sono ombre
che esistono solo per
far brillare i tuoi occhi.
Queste voci sono rumori
osceni che rendono melodia
la tua risata; entrambi
rivolti ad un altro, che
spreca il suo sguardo
altrove lontano da te,
che mi sei distante.
vorticanti, inseguiti da
una voce monotona vuota.
Cornice, inutile sfondo.
Tutte queste sono ombre
che esistono solo per
far brillare i tuoi occhi.
Queste voci sono rumori
osceni che rendono melodia
la tua risata; entrambi
rivolti ad un altro, che
spreca il suo sguardo
altrove lontano da te,
che mi sei distante.
sabato 3 ottobre 2009
Ignavia (accidia)
Tra i banchi di scuola si imparano molte cose; oltre alle lezione diligentemente tenute dai professori ed altrettanto diligentemente ignorate, dimenticate o travisate dagli alunni.
Tra i banchi di scuola si impara l'amicizia, il tradimento, l'amore, il cameratismo, il rifiuto.
Lui era il brutto, i compagni lo accettavano nel gruppo per una sorta di carisma innato, ma restava solo, chiuso nella sua bolla e restio ad uscirne.
Lei era una secchiona, seduta nel suo primo banco, graziosa a suo modo, con affianco quella che pensava fosse la sua migliore amica, se solo avesse saputo quello che diceva in giro di lei. Le mancava la malizia per essere come le compagne, che vestivano soltanto la maschera dell'innocenza che lei invece possedeva davvero.
A lui piaceva parlare con lei,era una persona con cui poter spaziare su diversi argomenti, non le solite piatte discussioni monotematiche. Avevano molti argomenti in comune e, tutto sommato, erano in sintonia, il tempo trascorso assieme fluiva via piacevole. Così iniziò, quando la vedeva sola che si avviava verso casa, ad accompagnarla per poter scambiare due parole; con i giorni la pratica divenne un rituale che entrambi attendevano, senza accordi, come se fosse sempre una coincidenza;
Se lui si trovava all'uscita prima di lei aspirava più lentamente la sigaretta aspettando di vederla scendere la scale, se era lei ad essere in anticipo fingeva di riporre qualcosa nello zaino o controllava varie volte in telefonino, finché non lo sentiva vicino.
Il tempo del tragitto iniziò a diventare troppo poco e le conversazioni continuavano a lungo mentre erano fermi sotto al portone, con gli occhi invisibili della famiglia che li sbirciavano dai vetri. Salutarsi era sempre più difficile, spesso lui, di pomeriggio, passava in moto davanti a casa sua sperando di coglierla lì e poter restare con lei un po'; spesso lei era affacciata alla finestra sperando di poterlo vedere, chiamarlo con una scusa e restare con lui per un po'.
Le vacanze di Natale era prossime lui si trovava in libreria ed ebbe un'idea, al volo prese una copia di “Tristano ed Isotta” e fu mentre pagava che la notò, la commessa era bellissima, con gli occhi ghiaccio e i capelli rossi, restò incantato a guardarla poi scappò verso casa dove passò la notte a trovare le parole giuste da dire a lei, mentre nella testa la commessa e la sua immagine si sovrapponevano, piano la lettera prendeva forma.
Lei era in centro con le amiche quando, passando vicino ad una vetrina, vide una copia di “Romeo e Giulietta” ed ebbe un'idea, si congedò dalle amiche e corse a comprarla, poi si fermò in una caffetteria e si mise a pensare alla parole da scrivergli, fu mentre beveva il caffè che lo vide, il cameriere, alto e muscoloso, con i ricci bruni e gli occhi verdi, gli lanciò diverse occhiate, e piano la sua lettera prendeva forma.
Quando si scambiarono i pacchi quasi non ci credevano; lui fissava la busta rosa appesa alla coccarda con aria incredula; lei aveva gli occhi incollati alla busta bianca.
Le lettere era piene dei sentimenti non detti.
Le vacanze li separavano nel corpo e la lontananza sbiadiva i reciproci pensieri; Sempre più spesso lui passava in libreria sperando di incrociare gli occhi della commessa e sempre più si convinceva che gli sorridesse per più di semplice cortesia, mentre sulla sua scrivania il foglio di risposta restava bianco. Lei divenne una cliente fissa della caffetteria e di volta in volta vedeva una simpatia del cameriere nei suoi confronti che era più della semplice cortesia, mentre sulla sua scrivania il foglio di risposta restava bianco.
La scuola riprese ed un muro di imbarazzo si alzò tra loro, finirono le passeggiate, le chiacchierate, ma restarono i sentimenti che provavano l'uno per l'altro ed un foglio bianco su cui nessuno dei due aveva auto il coraggio di scrivere una scelta.
Tra i banchi di scuola si impara l'amicizia, il tradimento, l'amore, il cameratismo, il rifiuto.
Lui era il brutto, i compagni lo accettavano nel gruppo per una sorta di carisma innato, ma restava solo, chiuso nella sua bolla e restio ad uscirne.
Lei era una secchiona, seduta nel suo primo banco, graziosa a suo modo, con affianco quella che pensava fosse la sua migliore amica, se solo avesse saputo quello che diceva in giro di lei. Le mancava la malizia per essere come le compagne, che vestivano soltanto la maschera dell'innocenza che lei invece possedeva davvero.
A lui piaceva parlare con lei,era una persona con cui poter spaziare su diversi argomenti, non le solite piatte discussioni monotematiche. Avevano molti argomenti in comune e, tutto sommato, erano in sintonia, il tempo trascorso assieme fluiva via piacevole. Così iniziò, quando la vedeva sola che si avviava verso casa, ad accompagnarla per poter scambiare due parole; con i giorni la pratica divenne un rituale che entrambi attendevano, senza accordi, come se fosse sempre una coincidenza;
Se lui si trovava all'uscita prima di lei aspirava più lentamente la sigaretta aspettando di vederla scendere la scale, se era lei ad essere in anticipo fingeva di riporre qualcosa nello zaino o controllava varie volte in telefonino, finché non lo sentiva vicino.
Il tempo del tragitto iniziò a diventare troppo poco e le conversazioni continuavano a lungo mentre erano fermi sotto al portone, con gli occhi invisibili della famiglia che li sbirciavano dai vetri. Salutarsi era sempre più difficile, spesso lui, di pomeriggio, passava in moto davanti a casa sua sperando di coglierla lì e poter restare con lei un po'; spesso lei era affacciata alla finestra sperando di poterlo vedere, chiamarlo con una scusa e restare con lui per un po'.
Le vacanze di Natale era prossime lui si trovava in libreria ed ebbe un'idea, al volo prese una copia di “Tristano ed Isotta” e fu mentre pagava che la notò, la commessa era bellissima, con gli occhi ghiaccio e i capelli rossi, restò incantato a guardarla poi scappò verso casa dove passò la notte a trovare le parole giuste da dire a lei, mentre nella testa la commessa e la sua immagine si sovrapponevano, piano la lettera prendeva forma.
Lei era in centro con le amiche quando, passando vicino ad una vetrina, vide una copia di “Romeo e Giulietta” ed ebbe un'idea, si congedò dalle amiche e corse a comprarla, poi si fermò in una caffetteria e si mise a pensare alla parole da scrivergli, fu mentre beveva il caffè che lo vide, il cameriere, alto e muscoloso, con i ricci bruni e gli occhi verdi, gli lanciò diverse occhiate, e piano la sua lettera prendeva forma.
Quando si scambiarono i pacchi quasi non ci credevano; lui fissava la busta rosa appesa alla coccarda con aria incredula; lei aveva gli occhi incollati alla busta bianca.
Le lettere era piene dei sentimenti non detti.
Le vacanze li separavano nel corpo e la lontananza sbiadiva i reciproci pensieri; Sempre più spesso lui passava in libreria sperando di incrociare gli occhi della commessa e sempre più si convinceva che gli sorridesse per più di semplice cortesia, mentre sulla sua scrivania il foglio di risposta restava bianco. Lei divenne una cliente fissa della caffetteria e di volta in volta vedeva una simpatia del cameriere nei suoi confronti che era più della semplice cortesia, mentre sulla sua scrivania il foglio di risposta restava bianco.
La scuola riprese ed un muro di imbarazzo si alzò tra loro, finirono le passeggiate, le chiacchierate, ma restarono i sentimenti che provavano l'uno per l'altro ed un foglio bianco su cui nessuno dei due aveva auto il coraggio di scrivere una scelta.
giovedì 23 luglio 2009
Sacrificio
La vanga affondava nel terreno umido delineando il contorno sempre più nitido di una fossa, nello spiraglio di luce che le nuvole concedevano ad una candida falce di luna. Gli occhi dell'uomo lo fissavano mentre era lì immobile, incapace di muoversi, legato ed imbavagliato da quel familiare carnefice. Il ragazzo concluse l'opera e conficcata la pala nel cumulo di terra smossa sedette davanti a lui su di un sasso. Quel giardino era adorabile, le mani di quell'uomo avevano ridato vita alla terra ormai morta che grata di quella cura aveva risposto con una bellezza esplosiva. L'orto era separato dalla strada da una siepe di oleandri, che smossi dalla brezza settembrina lasciavano fluire il loro odore amarognolo misto a quello del terriccio fresco e dell'erba appena tagliata; per un istante tutto sembrò un sogno vissuto sotto la pioggia dei raggi di luna e musicato dai grilli. Tutto era al posto giusto, il roseto all'estremità del giardino, le piante di grano seccate dal sole d'Agosto, anche loro due erano in perfetta armonia con quello scenario onirico; un uomo spaventato legato dal destino di troppi errori ed un ragazzo stanco che aveva preso il ruolo di giudice,giuria e carnefice. La fiamma dell'accendino gli illuminò il viso segnato dalle ore trascorse in bianco a dare un senso alla sua esistenza e trovare un perché alle sue sofferenze; questo era il frutto di quelle notti, il miglior risultato dei suoi ragionamenti e l'uomo capito fin troppo bene.
“Eppure non ti ho chiesto troppo.” Esordì il ragazzo.
“Nella mia vita non ti ho chiesto altro che essere un padre, altro non ti ho chiesto se non un po' di amore, rispetto e disciplina, che, per una sola volta, mi facessi sentire il frutto di una scelta e non di un errore.
Tirò una lunga boccata di fumo e lo lasciò fuoriuscire lentamente dalle narici.
“Invece tu eri sordo al mio affetto.”Spense la sigaretta sotto la suola infangata della scarpa ed estrasse la pistola. L'uomo tremava di terrore puro, mentre gli occhi volgevano una preghiera silenziosa al cielo troppo lontano.
“Io ti voglio bene papà ed è per questo unico motivo che lo faccio, solo così potrai capire cosa si prova ad essere strappato via a forza dalla vita e gettato in una realtà che non vuoi vivere; nessuno nasce sapendo essere un padre, ma tu, tu non hai provato neanche ad essere.”
A passi misurati si spinse sull'orlo della fossa e quasi simultaneamente tirò la corda che liberava il padre dai suoi legacci e il grilletto della pistola. Il colpo fu uno e sentenzioso: nel suo fragore portava solo rimorso e rancore. Il padre era libero, libero di pagare il prezzo delle sue azioni sulla tomba che il figlio si era scavato con le sue mani e dove ora giaceva senza vita sul terreno che beveva avidamente il suo sangue. Capì che era stato un stronzo, suo figlio aveva sacrificato l'unica cosa che lui gli aveva donato: la vita. Prese la pistola e fu il rimpianto a riempire il suono di questo colpo mentre cadeva a dare l'abbraccio e l'affetto che avrebbe potuto evitare tutto ciò.
“Eppure non ti ho chiesto troppo.” Esordì il ragazzo.
“Nella mia vita non ti ho chiesto altro che essere un padre, altro non ti ho chiesto se non un po' di amore, rispetto e disciplina, che, per una sola volta, mi facessi sentire il frutto di una scelta e non di un errore.
Tirò una lunga boccata di fumo e lo lasciò fuoriuscire lentamente dalle narici.
“Invece tu eri sordo al mio affetto.”Spense la sigaretta sotto la suola infangata della scarpa ed estrasse la pistola. L'uomo tremava di terrore puro, mentre gli occhi volgevano una preghiera silenziosa al cielo troppo lontano.
“Io ti voglio bene papà ed è per questo unico motivo che lo faccio, solo così potrai capire cosa si prova ad essere strappato via a forza dalla vita e gettato in una realtà che non vuoi vivere; nessuno nasce sapendo essere un padre, ma tu, tu non hai provato neanche ad essere.”
A passi misurati si spinse sull'orlo della fossa e quasi simultaneamente tirò la corda che liberava il padre dai suoi legacci e il grilletto della pistola. Il colpo fu uno e sentenzioso: nel suo fragore portava solo rimorso e rancore. Il padre era libero, libero di pagare il prezzo delle sue azioni sulla tomba che il figlio si era scavato con le sue mani e dove ora giaceva senza vita sul terreno che beveva avidamente il suo sangue. Capì che era stato un stronzo, suo figlio aveva sacrificato l'unica cosa che lui gli aveva donato: la vita. Prese la pistola e fu il rimpianto a riempire il suono di questo colpo mentre cadeva a dare l'abbraccio e l'affetto che avrebbe potuto evitare tutto ciò.
non credere a questo sorriso
Sedeva sul sediolino scomodo di quel treno fissando un punto indefinito al di là dei limiti terreni dei suoi occhi; case, alberi,distese di niente, luci arancio che sfrecciavano senza sosta lontano da lui,ma ferme nello stesso posto. La musica lo estraniava dagli altri, le persone e le facce cambiavano, comparse. Per i primi minuti non la notò neanche, finché il buio di una galleria rese il finestrino uno specchio e la malinconia dei suoi occhi il punto che lui fissava. I minuti sembrarono giorni illuminati dal fuoco artificiale delle luci che formavano un improbabile cielo; quando il sole cancellò l'immagine sentì il bisogno di ritrovare quegli occhi tristi solo quando i suoi. La fissò fino a quando non si alzò e ancora mentre la lontananza rimpiccioliva la sagoma ed ingigantiva il desiderio.
Il giorno seguente sedette allo stesso posto, ma non guardava l'orizzonte bensì i volti delle persone che salivano nella speranza di rivederla. Si dava dello stupido pensando a quanto fosse irrisoria la possibilità che lei riapparisse, l'ennesima vana speranza costruita su fondamenta vuote. Apparve in quell'istante andando ad occupare di nuovo il posto di fronte davanti a lui; fu lei a dare inizio al gioco di sguardi e le trovò negli occhi l'ombra di una speranza persa, di una triste consapevolezza per una decisione errata; sulle labbra aveva l'accenno di un sorriso, spento, finto, uno specchietto per le allodole per fuorviare le persone da quello che lei aveva dentro, come per confermare la sua idea posò lo sguardo sul motto scritto sul suo top:
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Involontariamente sorrise. Poi le si alzò e sparì nel tumulto della folla; per diversi giorni lui prese lo stesso treno, si mise allo stesso posto e lei puntuale riapparve; era attratto da ogni suo respiro, nei loro sguardi c'era la complicità degli amanti, decise d'impulso e si chinò verso di lei per baciarla, come se lei lo aspettasse accolse il bacio, fu la passione di un istante come scivolare su un arcobaleno tra le stelle, poi le disse:
“Ti Amo.”
“Ti amerò anch'io.” Gli rispose.
Poi il treno si fermò e lei scappò via veloce. Anche senza averla vista in volto ebbe la certezza che piangesse.
Il giorno dopo lei non venne, anche quello dopo il posto rimase vuoto; al terzo giorno lui prese il primo treno e si fermò alla stazione dove lei scendeva poi si accertò che non salisse proprio su quel treno e restò ad attendere. Il tempo passò in volute di fumo a forma di sogni tirati giù a sassate. Volgeva al termine il giorno e con lui l'ardore della sua speranza. Il suo sguardo spaziò fino ad incrociare una signore che nel crepuscolo accendeva un lumino davanti ad un altarino improvvisato. Incuriosito si avvicinò, quando vide la foto temette di perdere i sensi poi le lacrime gli colmarono gli occhi, una voce lo riportò alla realtà:
“è tanto che le persone hanno smesso di piangere per lei.”
si voltò a guardarla aveva gli occhi rigati di lacrime.
“tanto?”
“sono tre anni che mia figlia si è...”
un singhiozzo la fermò, poi scoppiò in lacrime.
“nessuno lo pensava, aveva un sorriso per tutti”
nella sua testa una frase prese forma
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
la signora andò via con le sue lacrime.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
il treno arrivava sul binario davanti a lui.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Un sorriso gli affiorò sulle labbra.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Il treno concluse l'opera con maestria e lei tornò a prenderlo per mano, poi lo bacio e gli disse:
“Ti amerò per sempre adesso!”
Il giorno seguente sedette allo stesso posto, ma non guardava l'orizzonte bensì i volti delle persone che salivano nella speranza di rivederla. Si dava dello stupido pensando a quanto fosse irrisoria la possibilità che lei riapparisse, l'ennesima vana speranza costruita su fondamenta vuote. Apparve in quell'istante andando ad occupare di nuovo il posto di fronte davanti a lui; fu lei a dare inizio al gioco di sguardi e le trovò negli occhi l'ombra di una speranza persa, di una triste consapevolezza per una decisione errata; sulle labbra aveva l'accenno di un sorriso, spento, finto, uno specchietto per le allodole per fuorviare le persone da quello che lei aveva dentro, come per confermare la sua idea posò lo sguardo sul motto scritto sul suo top:
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Involontariamente sorrise. Poi le si alzò e sparì nel tumulto della folla; per diversi giorni lui prese lo stesso treno, si mise allo stesso posto e lei puntuale riapparve; era attratto da ogni suo respiro, nei loro sguardi c'era la complicità degli amanti, decise d'impulso e si chinò verso di lei per baciarla, come se lei lo aspettasse accolse il bacio, fu la passione di un istante come scivolare su un arcobaleno tra le stelle, poi le disse:
“Ti Amo.”
“Ti amerò anch'io.” Gli rispose.
Poi il treno si fermò e lei scappò via veloce. Anche senza averla vista in volto ebbe la certezza che piangesse.
Il giorno dopo lei non venne, anche quello dopo il posto rimase vuoto; al terzo giorno lui prese il primo treno e si fermò alla stazione dove lei scendeva poi si accertò che non salisse proprio su quel treno e restò ad attendere. Il tempo passò in volute di fumo a forma di sogni tirati giù a sassate. Volgeva al termine il giorno e con lui l'ardore della sua speranza. Il suo sguardo spaziò fino ad incrociare una signore che nel crepuscolo accendeva un lumino davanti ad un altarino improvvisato. Incuriosito si avvicinò, quando vide la foto temette di perdere i sensi poi le lacrime gli colmarono gli occhi, una voce lo riportò alla realtà:
“è tanto che le persone hanno smesso di piangere per lei.”
si voltò a guardarla aveva gli occhi rigati di lacrime.
“tanto?”
“sono tre anni che mia figlia si è...”
un singhiozzo la fermò, poi scoppiò in lacrime.
“nessuno lo pensava, aveva un sorriso per tutti”
nella sua testa una frase prese forma
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
la signora andò via con le sue lacrime.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
il treno arrivava sul binario davanti a lui.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Un sorriso gli affiorò sulle labbra.
“DON'T TRUST THIS SMILE =)”.
Il treno concluse l'opera con maestria e lei tornò a prenderlo per mano, poi lo bacio e gli disse:
“Ti amerò per sempre adesso!”
sabato 16 maggio 2009
Ricordi
Di nuovo, ancora, sempre...
perchè così spesso
i pensieri spariscono
per lasciare spazio a
lontani ricordi di un
tempo felice e perso
per sempre nel vuoto...
perchè così spesso
i pensieri spariscono
per lasciare spazio a
lontani ricordi di un
tempo felice e perso
per sempre nel vuoto...
venerdì 15 maggio 2009
guscio
Dove sei?
I tuoi occhi chi cercano?
Quando li chiudi
chi sogni?
Io sono qui ad un
solo bacio di distanza,
intrappolato in un guscio
invisibile. Sui cui posi
lo sguardo solo per
passare oltre.
I tuoi occhi chi cercano?
Quando li chiudi
chi sogni?
Io sono qui ad un
solo bacio di distanza,
intrappolato in un guscio
invisibile. Sui cui posi
lo sguardo solo per
passare oltre.
martedì 12 maggio 2009
un male
Trafitto,disperato,trascurato.
La strada che ho scelto;
mi porta ad un dolore
dannato e antico,è la
strada di molti e la
meta è distante per
tutti,ancor meno vi giuncono.
E' un male che piace ed
un bene che si patisce.
La strada che ho scelto;
mi porta ad un dolore
dannato e antico,è la
strada di molti e la
meta è distante per
tutti,ancor meno vi giuncono.
E' un male che piace ed
un bene che si patisce.
lunedì 11 maggio 2009
Intenzioni
Punto d’incrocio di sguardi
divisi da intenti diversi.
Uno che cerca la luce
lontana, persa tra gli altri;
l’altro che incroncia, solo
sperando un sorriso, uno
per lui, che vuole essere
la luce di quello sguardo.
divisi da intenti diversi.
Uno che cerca la luce
lontana, persa tra gli altri;
l’altro che incroncia, solo
sperando un sorriso, uno
per lui, che vuole essere
la luce di quello sguardo.
venerdì 6 febbraio 2009
quando si muore si muore soli
Piume nere,piogge di corvi,
custondi della pietra solitaria
che veglia il riposo di tutti.
Quando non resta che il
vuoto di una presenza vuota,
e la forza di un’emozione
spenta nell’indifferenza.
custondi della pietra solitaria
che veglia il riposo di tutti.
Quando non resta che il
vuoto di una presenza vuota,
e la forza di un’emozione
spenta nell’indifferenza.
venerdì 23 gennaio 2009
Pagine
Scaffali impolverati,oramai vuoti
della parte di me che diedi e che
non riavrò mai; anche se tu sei qui
e ti vorrei amare, possedere ed
ancora amare, so che non sarebbe
che un'altra pagina di un libro
dal finale già scritto....mai!
della parte di me che diedi e che
non riavrò mai; anche se tu sei qui
e ti vorrei amare, possedere ed
ancora amare, so che non sarebbe
che un'altra pagina di un libro
dal finale già scritto....mai!
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