La vanga affondava nel terreno umido delineando il contorno sempre più nitido di una fossa, nello spiraglio di luce che le nuvole concedevano ad una candida falce di luna. Gli occhi dell'uomo lo fissavano mentre era lì immobile, incapace di muoversi, legato ed imbavagliato da quel familiare carnefice. Il ragazzo concluse l'opera e conficcata la pala nel cumulo di terra smossa sedette davanti a lui su di un sasso. Quel giardino era adorabile, le mani di quell'uomo avevano ridato vita alla terra ormai morta che grata di quella cura aveva risposto con una bellezza esplosiva. L'orto era separato dalla strada da una siepe di oleandri, che smossi dalla brezza settembrina lasciavano fluire il loro odore amarognolo misto a quello del terriccio fresco e dell'erba appena tagliata; per un istante tutto sembrò un sogno vissuto sotto la pioggia dei raggi di luna e musicato dai grilli. Tutto era al posto giusto, il roseto all'estremità del giardino, le piante di grano seccate dal sole d'Agosto, anche loro due erano in perfetta armonia con quello scenario onirico; un uomo spaventato legato dal destino di troppi errori ed un ragazzo stanco che aveva preso il ruolo di giudice,giuria e carnefice. La fiamma dell'accendino gli illuminò il viso segnato dalle ore trascorse in bianco a dare un senso alla sua esistenza e trovare un perché alle sue sofferenze; questo era il frutto di quelle notti, il miglior risultato dei suoi ragionamenti e l'uomo capito fin troppo bene.
“Eppure non ti ho chiesto troppo.” Esordì il ragazzo.
“Nella mia vita non ti ho chiesto altro che essere un padre, altro non ti ho chiesto se non un po' di amore, rispetto e disciplina, che, per una sola volta, mi facessi sentire il frutto di una scelta e non di un errore.
Tirò una lunga boccata di fumo e lo lasciò fuoriuscire lentamente dalle narici.
“Invece tu eri sordo al mio affetto.”Spense la sigaretta sotto la suola infangata della scarpa ed estrasse la pistola. L'uomo tremava di terrore puro, mentre gli occhi volgevano una preghiera silenziosa al cielo troppo lontano.
“Io ti voglio bene papà ed è per questo unico motivo che lo faccio, solo così potrai capire cosa si prova ad essere strappato via a forza dalla vita e gettato in una realtà che non vuoi vivere; nessuno nasce sapendo essere un padre, ma tu, tu non hai provato neanche ad essere.”
A passi misurati si spinse sull'orlo della fossa e quasi simultaneamente tirò la corda che liberava il padre dai suoi legacci e il grilletto della pistola. Il colpo fu uno e sentenzioso: nel suo fragore portava solo rimorso e rancore. Il padre era libero, libero di pagare il prezzo delle sue azioni sulla tomba che il figlio si era scavato con le sue mani e dove ora giaceva senza vita sul terreno che beveva avidamente il suo sangue. Capì che era stato un stronzo, suo figlio aveva sacrificato l'unica cosa che lui gli aveva donato: la vita. Prese la pistola e fu il rimpianto a riempire il suono di questo colpo mentre cadeva a dare l'abbraccio e l'affetto che avrebbe potuto evitare tutto ciò.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento